Archivi categoria: Racconti

Polmoni [Racconto su Verde Rivista]

Verde Rivista ha pubblicato il mio racconto “Polmoni“. Astenersi fumatori, autisti di bus e mangiatori di Nutella.

«Quando la situazione iniziò a peggiorare davvero, C. aveva 30 anni, di cui gli ultimi due passati a fumare. Andò tutto a rotoli su un autobus dell’Atav, tra lo sgomento del pavido conducente e l’irritazione di alcuni genitori zelanti. Era salito alla fermata di Torrevecchia già con la sigaretta che gli penzolava dalle labbra. Spenta, perché nonostante tutto era da cafoni fare le ciminiere sui mezzi.»

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Caffè negli angoli [Racconto su La nuova carne]

Un altro racconto pubblicato su rivista. Questa volta tocca a La nuova carne. Chi non legge è chitinoso.

«Andare a lavorare al Nord è difficile. Lo è ancora di più accettare che sia tua moglie a farlo. Quello che è davvero impensabile è vederla partire quando hai la casa piena di blatte.»

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La sera giusta [Racconto su Reader For Blind]

Un mio “torbido” racconto è stato appena pubblicato dalla rivista Reader For Blind. Dateci un’occhiata…

«Per fare una bambola voodoo serve qualcosa della vittima designata. Un brandello di indumento, unghie, peli. Un po’ di capelli prelevati di nascosto dal cappello di Ale sono stati più che sufficienti. È bastato aspettare che se lo togliesse prima di andare a farsi una nuotata.»

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Alchimie di sangue [Racconto]

Alchimie di sangue

di Flavio Torba

Racconto (8000 parole circa) – In un futuro non troppo lontano, le creature della notte hanno combattuto, vinto e soggiogato l’umanità, costringendo i sopravvissuti a una vita di prigionia o di clandestinità. I nuovi dominatori hanno fatto della loro superiorità morale ed evolutiva il collante per arrivare alla vittoria, ma adesso le loro certezze sono messe in gioco da un nuovo antagonista: l’Alchimista. Stokorn, capitano del Distretto di Florenzia, dovrà investigare e debellare la minaccia, ma quello che scoprirà potrebbe mettere a dura prova il nuovo ordine.

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Nella notte, un predatore [Racconto]

Se preferisci leggere sul tuo dispositvo, scarica gratuitamente il racconto! (PDF, Epub, Mobi)

 

Peter prese le forbici e con mani tremanti tagliò lo spago, lo gettò in un angolo e attaccò con furia la carta del pacco. La sua creatura, il suo parto, era lì dentro. Si era ripromesso di far durare il momento come si gusta un bicchierino di liquore particolarmente dolce, resistendo alla tentazione di ingollarlo tutto d’un fiato e versarsene subito un altro.

Era la sua prima volta. Per vederne un’altra, chissà quanto sarebbe passato. Erano anni che aspettava l’idea giusta. Ora il suo nome era stampato a lettere cubitali sulla copertina del libro che l’avrebbe ucciso.

Una copertina vera, di quelle rigide, da prima edizione. Non aveva neanche usato il suo solito pseudonimo, Amos, con cui firmava i suoi racconti postati qua e là su internet. Quella era una storia troppo grossa per Amos, Peter l’aveva capito subito. Chi avesse acquistato il libro, da lì a un mese, avrebbe letto il suo vero nome e visto il suo volto nel retro della copertina, come quelli dei grandi scrittori.

Aprì il libro. Data di stampa e tutti i riferimenti di rito. Poi ancora il titolo, Teste. Girò ancora una pagina e lesse se stesso che lo avvisava: i fatti e i personaggi contenuti nel libro erano frutto di fantasia. , pensò Peter, di una fantasia annebbiata dalla follia e dall’alcol. Ma che valeva oro.

***

Peter aveva incontrato l’uomo che viveva sotto il salice un anno e mezzo prima, quando l’ispirazione languiva. Aveva deciso che doveva fare qualcosa della sua vita o sarebbe impazzito molto presto. I lavori per aspiranti scrittori che aveva scovato online erano mal retribuiti e in ogni caso nessun colloquio era andato a buon fine. Troppo giovane per i ruoli importanti, troppo vecchio per quelli di bassa manovalanza intellettuale. Il suo appartamento, di proprietà dei genitori, stava diventando una prigione. Più si considerava incapace di creare qualcosa di originale, più si isolava. E più tempo passava tra quelle mura in compagnia del televisore e del porno, meno la sua mente lavorava.

«Devi darti una mossa, non puoi aspettare il nulla stravaccato su quel divano» Giorno dopo giorno, Carla diventava sempre più insofferente nei suoi confronti. Se la guardava negli occhi, riusciva certe volte a vedere la scintilla del disgusto dirgli che non sarebbero durati ancora a lungo.

«E cosa dovrei fare? Non sto con le mani in mano: ho un colloquio praticamente ogni settimana, ma nessuno che mi assuma.»

«E perché non scrivi?»

«Perché quello che scrivo non vale nulla. È roba trita e ritrita che ho già letto nei libri di qualcun altro. È sempre così. Le idee migliori sono state già prese.»

«Questo lo dicono i pigri» rispose Carla. Si sedette accanto a lui sul divano, dopo aver spostato un cumulo di vestiti ammucchiati sui cuscini. «Perché non vieni a fare volontariato?»

A intervalli regolari, Carla tirava fuori la storia della solidarietà umana. Peter non riusciva ancora a capire come loro due potessero stare insieme, così diversi per carattere e aspirazioni.

«Ti ho già detto che non mi interessa fare il buon samaritano.»

Carla sbuffò, come faceva sempre a quel punto della conversazione, riavviando con le dita la massa di capelli selvaggi.

«Mettiamola così,» disse infine, «venendo con me forse entreresti in contatto con qualcuno che ha qualcosa di interessante da raccontare. Come la vedi questa ricerca di ispirazione?»

A Peter non era mai venuto in mente. Mentre considerava l’idea, Carla sapeva di avere finalmente vinto. Non che lui avesse mai nutrito grande interesse verso il prossimo, ma la prospettiva di incontrare gente nuova con storie diverse, seppur simili tra loro, accomunate dal dolore e dall’abbandono, lo attraeva come una speranzosa ape verso un fiore colmo di nettare. L’immagine lo stuzzicava: abbeverarsi alla fonte delle miserie altrui per trasformare l’amarezza in miele era un’ottima metafora.

***

Gli uomini accampati sotto il ponte puzzavano tutti di urina e alcol, come si era aspettato. Peter reggeva sottobraccio delle coperte e in una mano un contenitore termico, colmo di piatti caldi. Altri volontari portavano termos con tè e caffè, oppure zuppa. Peter si avvicinò a una forma che giaceva su un pezzo di cartone, avvolta in una coperta bucata. Assestò dei colpetti con la punta del piede al sedere dell’uomo.

«Sveglia gente, è arrivato il rancio!» esclamò con voce gaia.

Un volto, nero come Peter non ne aveva mai visti, emerse accigliato da sotto la coperta, con uno sguardo diffidente e insieme vagamente infastidito.

«Pappa pronta» continuò. Il suo tono fece girare qualche testa fra gli altri volontari e Peter colse con la coda dell’occhio qualche sguardo non proprio incoraggiante. Era consapevole che il suo modo di fare non piaceva né ai neri né ai volontari cui si era aggregato. Dicevano che ci doveva andare piano e che un po’ di tatto in più non avrebbe guastato.

Vide Carla che scuoteva con gentilezza la spalla di uno degli uomini addormentati. Questi si svegliò e, riconoscendola, mise in mostra un sorriso che nessuno aveva mai rivolto a Peter.

«Allora?»

Il ragazzo di colore lo scosse dal suo stato di contemplazione, tendendo la mano verso il piatto. Peter glielo diede con una smorfia. Stava per passare oltre, quando notò un’altra forma raggomitolata sotto un salice, qualche decina di metri più in là. Un altro clandestino probabilmente.

«Perché quello non sta con voi?» chiese Peter al ragazzo color carbone.

«Cosa?»

«Quello lì» Peter indicò con un gesto secco il fagotto a terra. «È arrivato con voi?»

«No» disse il ragazzo. «Non con noi. Notte grida.»

Peter si sentì la bocca arida: forse aveva trovato il fiore cui abbeverarsi. Prese un piatto dal contenitore e si avviò verso l’eremita. Già pregustava i racconti di torture e violenze da parte dei mercanti di uomini, come vomitava la televisione. Nella tasca della giacca aveva una penna e un taccuino che avrebbe riempito di particolari macabri. Li avrebbe romanzati, rendendoli ancora più raccapriccianti, e ci avrebbe costruito intorno una storia che qualcuno, magari qualche rivista, avrebbe comprato.

L’ammasso di coperte puzzava anche più degli altri e Peter usò di nuovo la punta del piede per far venire allo scoperto l’uomo del mistero. Con sua grande sorpresa, e delusione, il volto che fece capolino non aveva la tonalità del cioccolato fondente né cicatrici rituali sugli zigomi. Era un asiatico, cinese probabilmente, o giù di lì. Forse si era stancato di cucire magliette ed era scappato da qualche impianto tessile clandestino.

Dopo un lampo di dolore, Peter dovette chiedersi quando, esattamente, il cinese lo avesse atterrato, gli fosse montato addosso e gli avesse messo il coltello contro la gola.

«Buono, buono!» si affrettò a dire. «Cibo! Pace!»

L’altro vide il piatto di spaghetti, ormai rovinato a terra, e si riebbe dalla trance assassina che lo aveva pervaso.

«Mi scusi» disse. «Credevo fosse un altro.» Gli tolse la lama dal collo e si sedette pesantemente. Aveva l’aria di qualcuno cui mancassero parecchie ore di sonno.

«La prego di perdonarmi» continuò. Aveva ovviamente un accento orientale ma parlava con fluidità la lingua. Peter si rese subito conto che era istruito e allora la sua curiosità superò di gran lunga lo spavento.

«Mi chiamo Peter» disse. «Ho portato da mangiare. Vorrei aiutarla.»

Il cinese annuì e il samaritano si alzò per andare a prendere dell’altro cibo. Tornò con un altro piatto di pasta e una tazza di caffè fumante che il cinese, o quello che era, accettò di buon grado. Peter si sedette davanti a lui e lo guardò mangiare.

«Allora» incominciò, quando l’altro ebbe finito. «Le va di raccontarmi la sua storia?»

L’uomo assunse un’espressione dura, sulla quale il no era stampato a lettere cubitali. Era un volto dall’età indefinita: sembrava allo stesso tempo giovane ed estremamente vecchio, come se la vita l’avesse consumato anzitempo.

«La ringrazio per la sua generosità» disse. «Ma ora, se non le dispiace, vorrei riposare.» E si tirò la coperta sulla testa troncando qualsiasi comunicazione.

Peter ritornò ancora sotto quel ponte, con Carla o da solo. La scena si ripeté altre volte, con lui che cercava di scavare nel passato dell’uomo per poi ricavarne solo un cortese rifiuto, solido e compatto come il marmo.

Dagli altri clandestini non era riuscito a ricavare molto. Quando loro erano arrivati, un gruppo di sei, lui si era già stabilito sotto il ponte. Li aveva squadrati uno per uno e aveva stabilito che non rappresentavano una minaccia. Ma di notte urlava, svegliandoli di soprassalto nel cuore delle tenebre. Incubi. La tensione con gli altri si era fatta palpabile, così una notte il cinese si era trasferito al riparo delle fronde dell’albero. Un riparo provvisorio, accettabile per il periodo primaverile.

Peter decise di agire diversamente. Dove non arrivavano la solidarietà e la gentilezza, sarebbe di sicuro arrivato l’inganno. Una sera, fece visita a un negozio di liquori sotto casa, comprò un rum economico e si recò al fiume. Scavalcò il guardrail, per non passare sotto il ponte in mezzo ai neri. Voleva mantenere la faccenda la più riservata possibile, ma per poco non si slogò una caviglia scivolando rumorosamente lungo la scarpata terrosa. Una volta assicuratosi di non aver svegliato nessuno, si diresse verso il salice.

Si aspettava di trovare l’uomo profondamente addormentato, magari già un po’ ubriaco. In quel caso, avrebbe risparmiato la bottiglia. Il giaciglio invece era vuoto. In compenso, la lama del coltello comparve di nuovo sulla gola di Peter per la seconda volta nel giro di pochi giorni. Il bastardo era silenzioso, sapeva muoversi. Peter alzò le braccia con cautela. Altrettanto lentamente, fece dondolare la bottiglia che teneva in mano.

«Voltati» gli ordinò l’uomo e Peter ubbidì. Quando il cinese lo riconobbe, si rilassò.

«Si farà uccidere, avvicinandosi così alla gente.»

«Non volevo che gli altri si svegliassero. Questa è una festa privata.»

Come previsto, il cinese aveva già percorso un bel pezzo di strada sulla via dell’alcolismo. Peter non fece nessuna fatica a fargli accettare il rum e la sua amicizia. L’uomo bevve a lunghe sorsate ingorde. Quando gli vennero gli occhi lucidi, iniziò a parlare. Non smise prima dell’alba.

[…]

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