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Alchimie di sangue [Racconto]

Alchimie di sangue

di Flavio Torba

Racconto (8000 parole circa) – In un futuro non troppo lontano, le creature della notte hanno combattuto, vinto e soggiogato l’umanità, costringendo i sopravvissuti a una vita di prigionia o di clandestinità. I nuovi dominatori hanno fatto della loro superiorità morale ed evolutiva il collante per arrivare alla vittoria, ma adesso le loro certezze sono messe in gioco da un nuovo antagonista: l’Alchimista. Stokorn, capitano del Distretto di Florenzia, dovrà investigare e debellare la minaccia, ma quello che scoprirà potrebbe mettere a dura prova il nuovo ordine.

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Il vile denaro [Racconto]

Daniele vedeva davanti a sé un oceano di dolore, un mare in cui uno dei suoi migliori amici, forse l’unico, navigava verso l’eterno in una cassa di legno. In un certo senso era il funerale vichingo che Ruggero aveva sempre voluto. Con una pinta di birra in mano, parlava spesso della sua dipartita e di come ci sarebbero stati alcool e groupies a volontà per festeggiare. Ma il tempo passava e l’assurda cerimonia mostrava sempre più una patina di ridicolo di cui forse anche lui, con due pargoli e ormai poche diottrie, era consapevole.

Nonostante tutto, a Daniele piaceva ascoltare quelle fantasie da Valallah alla fine di una delle loro serate, quando gli amplificatori si raffreddavano e il pub – un locale stretto e lungo ricavato da quello che una volta doveva essere stato un magazzino – si svuotava in un tintinnare cacofonico di boccali da lavare. Il biliardo allora era tutto per loro, uno contro uno o a squadre se i membri delle band di passaggio rimanevano a giocare.

Ora Ruggero era morto. A piangere in chiesa c’erano più che altro donne, mentre gli uomini erano fuori, impegnati a sentirsi ancora vivi e a bestemmiare sottovoce: funzionava così.

Finalmente Gino, il silenzioso barista cognato di Ruggero, avrebbe potuto smetterla di provare pietà per loro due e per la loro musica che non piaceva a nessuno. Il locale non avrebbe dovuto aspettare la fine della loro esibizione per riempirsi di gente che volesse ascoltare l’heavy metal della band di turno.

Secondo chi diceva d’intendersene, lo stile del loro duo era troppo statico, ma per Daniele era ipnotico e affascinante: due chitarre accordate in Do, niente basso o batteria, solo distorsione, riff lenti come un mammut imprigionato in una pozza di petrolio.

Nonostante i venti anni di differenza, Daniele e Ruggero erano diventati inseparabili non solo durante il giorno, quando lavoravano nei cantieri della manutenzione stradale, ma anche e soprattutto quando si esibivano nell’indifferenza generale.

«Stasera spacchiamo tutto» era il cavallo di battaglia di Ruggero.

«Attento a non farti venire un’ernia.»

E via di dito medio.

Ora Ruggero non c’era più. Daniele fece cadere il mozzicone sull’asfalto mentre la bara veniva caricata sul carro. L’ultima volta che aveva visto il suo amico avevano giocato a biliardo: Ruggero era particolarmente euforico perché, quando le loro chitarre avevano finalmente finito di ronzare, qualcuno aveva addirittura applaudito.

«All’americana?» aveva proposto.

«Andata. Hai portato gli occhiali? Non vorrei che sbagliassi palla.»

«Fanculo» gli aveva ruttato in faccia. Poi, come un ripensamento: «Cosa ci giochiamo, pivello? Cinque euro?»

Daniele era rimasto un po’ stupito dalla proposta: era la prima volta che Ruggero scommetteva una somma in denaro, mentre di solito la posta era un giro di birra e poi tutti a casa. Daniele aveva sempre pensato a una questione di principio, di avversione per il vile denaro, ma evidente aveva esagerato con la storia del mentore.

«E sia» aveva accettato controvoglia, non tanto per la sicurezza quasi matematica di perdere dei soldi – Ruggero era formidabile a biliardo – quanto perché non gli suonava bene un discorso di pagamenti tra loro due.

Se qualcuno gliel’avesse chiesto, Daniele avrebbe preferito che l’ultimo ricordo del suo padre spirituale – musicalmente parlando – fosse stato una cena di Natale insieme ai suoi figli, come se fossero fratelli, o un lungo viaggio in macchina senza parlare. Un ricordo intimo e pulito.

Invece aveva perso miseramente, distratto da pensieri vaghi che non riusciva ad afferrare e che, con il senno di poi, avrebbe letto come presagi confusi.

«Allora? Ce li hai questi cinque euro, Danny Death?»

Calandosi nel ruolo di guida in cui si trovava così a suo agio, Ruggero l’aveva battezzato così non tanto per i gusti musicali di Daniele – death metal su tutto – quanto perché secondo lui il ragazzo, senza lo sfogo della musica, sarebbe diventato un serial killer. Certe volte Daniele arrivava quasi a crederci, quando lo spintonavano o qualche schiaffo gli faceva cadere gli occhiali.

«Sempre sportivo, eh?» aveva borbottato, infilando le dita nel portafoglio. Prese l’unica banconota che conteneva e la passò con un gesto brusco all’amico. Aveva iniziato a sentire una pressione poco piacevole allo stomaco e voleva solo andarsene a casa.

«E questa che roba è?» aveva esclamato Ruggero, facendo ballare la sigaretta tra le labbra e sporcando di cenere la già malridotta maglietta degli Earth.

«Mai visti cinque euro in una volta?»

«Simpatico. Dico, questa roba qui» e aveva messo la banconota sul tavolo da biliardo. Daniele si era limitato a guardarla: nello spazio bianco a sinistra dell’arco, qualcuno aveva tracciato un simbolo nero con un pennarello dalla punta grossa e precisione millimetrica.

«È una psi» rispose Daniele.

«Sai il greco? »

«Liceo classico. Un errore di gioventù.»

«Sarà,» fece Ruggero, «ma a me sembra proprio el forcone del diablo.»

Daniele non ammise che quella era stata anche la sua prima impressione: la rivolta nel suo stomaco si stava infiammando e quell’immagine lo faceva solo stare peggio. Salutò Ruggero frettolosamente e se ne andò. L’avrebbe rivisto nel suo vestito migliore, sdraiato.

Ruggero non sarebbe più tornato. Una ruspa aveva fatto marcia indietro e se l’era portato via, mentre Daniele non c’era: si era preso un giorno di riposo e la scena gli era stata risparmiata dalla misericordia del fato.

Schiacciò il mozzicone con la punta della scarpa, mentre frugava nell’eskimo per trovare il pacchetto. Il corteo funebre aveva lasciato la piazza e le sigarette erano finite. Iniziò a dividere il cartone delle Morley senza filtro in striscioline sottili e regolari, passando i minuti a cercare di essere il più preciso possibile, mentre la folla si diradava. Poi le striscioline diventarono quadratini e i quadratini coriandoli nell’aria immobile, mentre lui si sbracciava per colpirli e far loro del male.

Si tolse gli occhiali e si asciugò le lacrime, poi prese il portafogli sapendo già che era vuoto e che il tabaccaio non faceva credito.

Invece ci trovò dentro venti euro, segnati con solerzia dal solito pennarello.

***

Si incamminò per il lungofiume, rigirandoli tra le dita. Non riusciva a impedirsi di guardare il simbolo nero che aveva davanti agli occhi. Di nuovo quella fitta allo stomaco, lancinante.

«Ma che cazzo mi prende» mormorò. Si considerava una persona razionale, ma la banconota esercitava su di lui un magnetismo quasi visibile.

«Dio ti benedica» si sentì dire. Guardò in giro e vide soltanto quel tale che in zona chiamavano semplicemente “il cinese”. Daniele sapeva che di solito rimaneva a sbronzarsi sotto uno dei ponti che collegavano le due anime del paese, fino a quando non rimaneva senza benzina per il suo buonumore e si metteva in cerca di spiccioli come un cane da tartufo.

Tendeva la mano verso di lui, con un sorriso abbozzato che nelle intenzioni originali avrebbe dovuto ispirare fiducia.

«Una piccola offerta e ti darò la mia benedizione. Ti servirà, quando voleranno le teste e bisognerà nascondersi.»

Per quanto pazzo potesse essere, il cinese parlava un italiano corretto e quasi senza inflessione. Meglio di me, pensò Daniele.

«Mi dispiace» gli disse. «Sul serio. Non ho niente. Ho anche finito le sigarette.»

«I soldi li hai in mano» gli fece notare il cinese.

Daniele guardò stupidamente le dita che stringevano la banconota e rimase di nuovo quasi ipnotizzato da quel simbolo insignificante che lo attraeva con una forza che non sarebbe dovuta esistere: il folclore era roba per ignoranti e ingenui.

«Allora?» lo incalzò il mendicante, con il migliore sorriso che riuscì a confezionare.

Daniele contemplò per qualche secondo l’idea di sbarazzarsi della banconota, liberandosi finalmente di quel dolore al ventre e forse anche di quel confuso senso di colpa che era germogliato in lui durante il funerale.

Quei venti euro sarebbero stati come una boccata di ossigeno, quando avrebbe dovuto aspettare qualche altro giorno per la busta paga. Dio solo sapeva se gli servivano. Qualche panino e un pacchetto di sigarette per tirare avanti ancora un po’ senza dar conto ai suoi genitori. Eppure la voglia di liberarsi di quel marchio che lo faceva sentire sporco era più forte.

E poi? Si chiese cosa sarebbe successo al cinese. Nulla probabilmente: si sarebbe comprato un paio di bottiglie, se le sarebbe scolate alla sua salute – posto che alla fine del giorno fosse in grado di ricordare il suo volto – e il giorno dopo avrebbe ripreso a mendicare. Oppure sarebbe morto nel sonno soffocato dal proprio vomito o investito da un’auto per aver barcollato troppo vicino a una strada. Cosa avrebbe fatto allora Daniele? Voleva davvero una conferma della malignità del simbolo? La sicurezza di aver provocato – in un modo che non capiva – la morte di Ruggero?

Il cinese si alzò in piedi di scatto. Daniele pensò che fosse stufo di aspettare una sua decisione e avesse deciso di forzare la mano. Protesse istintivamente gli occhiali e allungò la mano a offrire la banconota: se il cinese ci teneva proprio a morire, poteva accomodarsi.

Il barbone però aveva già scavalcato il basso muretto del lungofiume, cui era rimasto appoggiato per tutta la discussione, e scendeva velocemente lungo la scarpata sollevando polvere e terriccio.

«Ma guarda chi c’è! D-D-Danielelamorte!»

L’idiozia gli si era avvicinata senza che Daniele se ne accorgesse, con la testa rasata e il bomber d’ordinanza. Toni gli diede una pacca sulle spalle che scosse il ragazzo dai denti fino alle caviglie.

«Ehi, hai visto come se l’è filata il c-c-cinese? Mi sa che se l’è fatta sotto appena mi ha visto. Gliel’ho già detto che non si deve far vedere da queste p-parti, sennò gli stampo l’anfibio sulla faccia. Ti stava d-d-dando fastidio?»

Sembrava sincero, ma Daniele aveva imparato da anni di esperienza personale che Toni era più viscido di una sanguisuga. Una testa calda, avrebbero detto un giorno quelli che lo conoscevano, se si fosse deciso a dare di matto finendo sui giornali per qualche irreparabile cazzata. La balbuzie che si portava dietro da sempre poteva impietosire, ma Daniele sapeva che aveva il male nelle vene. Al contrario, il suo incespicare nelle parole e la sua cattiveria erano cresciuti di pari passo, tenendosi mano nella mano e coccolandosi a vicenda.

«No, no. Figurati. Mi ha solo salutato. Sai com’è, è un po’ svitato.»

«Sì che lo so, p-p-per questo deve girare al largo dalla mia zona.»

Toni frugò nelle tasche dei suoi pantaloni mimetici, mentre dava un’occhiata in giro per sincerarsi della loro privacy, e ne tirò fuori una bustina.

«Senti, la vuoi un p-p-po’ d’erba? Mi è rimasta solo q-questa e per oggi ho finito. Ti faccio un prezzo di favore.»

«Eh? No, grazie. Sai, ho smesso…»

«Ma sì, ma sì. Non fare il t-t-timido. Lo so che voi zecche andate matte p-p-per q-questa roba.»

«No, guarda, non ho neanche soldi…»

Toni fu più svelto di lui e gli sfilò la banconota segnata dalle dita con un gesto stranamente aggraziato che sfigurava su di lui. Daniele vide il marchio nero scomparire nelle tasche della mimetica e aprì la bocca per protestare, ma Toni gli schiaffò in mano la bustina e gli diede un paio di buffetti di addio sulla guancia.

«B-b-buonanotte e s-s-sogni d’oro» disse mentre si allontanava.

Quelle pacche ribollivano sulla faccia di Daniele a tal punto che credeva che la pelle avesse iniziato di coprirsi di vesciche, prossime a un’esplosione di pus e frustrazione. Gli avevano fatto di peggio: lo avevano anche pestato più volte, gli avevano rotto gli occhiali e ci si era quasi abituato. Ma sentiva che non poteva più sopportarlo, non dopo che Ruggero aveva iniziato a riposare sottoterra.

«Sei un pezzo di merda, ritardato del cazzo!» gridò con quanto fiato aveva nel suo limitato torace.

Toni lo sentì e si voltò. Si era come irrigidito mentre attraversava la strada, bloccato dallo stupore per quell’inatteso attacco alla propria superiorità. La sua considerevole mole stava per muoversi, con l’intento di punire quello sgorbio insignificante per la sua insolenza, ma non ne ebbe il tempo. Dopo qualche istante, era solo un ammasso di carne morta sull’asfalto.

Un furgoncino bianco, in ritardo per qualche vitale consegna, era sbucato da una via secondaria e il suo candore metallizzato si era lordato di sangue. Dopo che lo stridore dei freni si spense, il guidatore scese dal mezzo con le mani tra i capelli, in mezzo al vociare della gente uscita dai negozi e dai bar per assistere allo spettacolo.

Daniele guardò l’erba. Venti euro per un grammo scarso. Per di più, quella di Toni valeva meno della camomilla. Tornò a casa in silenzio su gambe tremanti, incapace di pensare ad altro.

[…]

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Nella notte, un predatore [Racconto]

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Peter prese le forbici e con mani tremanti tagliò lo spago, lo gettò in un angolo e attaccò con furia la carta del pacco. La sua creatura, il suo parto, era lì dentro. Si era ripromesso di far durare il momento come si gusta un bicchierino di liquore particolarmente dolce, resistendo alla tentazione di ingollarlo tutto d’un fiato e versarsene subito un altro.

Era la sua prima volta. Per vederne un’altra, chissà quanto sarebbe passato. Erano anni che aspettava l’idea giusta. Ora il suo nome era stampato a lettere cubitali sulla copertina del libro che l’avrebbe ucciso.

Una copertina vera, di quelle rigide, da prima edizione. Non aveva neanche usato il suo solito pseudonimo, Amos, con cui firmava i suoi racconti postati qua e là su internet. Quella era una storia troppo grossa per Amos, Peter l’aveva capito subito. Chi avesse acquistato il libro, da lì a un mese, avrebbe letto il suo vero nome e visto il suo volto nel retro della copertina, come quelli dei grandi scrittori.

Aprì il libro. Data di stampa e tutti i riferimenti di rito. Poi ancora il titolo, Teste. Girò ancora una pagina e lesse se stesso che lo avvisava: i fatti e i personaggi contenuti nel libro erano frutto di fantasia. , pensò Peter, di una fantasia annebbiata dalla follia e dall’alcol. Ma che valeva oro.

***

Peter aveva incontrato l’uomo che viveva sotto il salice un anno e mezzo prima, quando l’ispirazione languiva. Aveva deciso che doveva fare qualcosa della sua vita o sarebbe impazzito molto presto. I lavori per aspiranti scrittori che aveva scovato online erano mal retribuiti e in ogni caso nessun colloquio era andato a buon fine. Troppo giovane per i ruoli importanti, troppo vecchio per quelli di bassa manovalanza intellettuale. Il suo appartamento, di proprietà dei genitori, stava diventando una prigione. Più si considerava incapace di creare qualcosa di originale, più si isolava. E più tempo passava tra quelle mura in compagnia del televisore e del porno, meno la sua mente lavorava.

«Devi darti una mossa, non puoi aspettare il nulla stravaccato su quel divano» Giorno dopo giorno, Carla diventava sempre più insofferente nei suoi confronti. Se la guardava negli occhi, riusciva certe volte a vedere la scintilla del disgusto dirgli che non sarebbero durati ancora a lungo.

«E cosa dovrei fare? Non sto con le mani in mano: ho un colloquio praticamente ogni settimana, ma nessuno che mi assuma.»

«E perché non scrivi?»

«Perché quello che scrivo non vale nulla. È roba trita e ritrita che ho già letto nei libri di qualcun altro. È sempre così. Le idee migliori sono state già prese.»

«Questo lo dicono i pigri» rispose Carla. Si sedette accanto a lui sul divano, dopo aver spostato un cumulo di vestiti ammucchiati sui cuscini. «Perché non vieni a fare volontariato?»

A intervalli regolari, Carla tirava fuori la storia della solidarietà umana. Peter non riusciva ancora a capire come loro due potessero stare insieme, così diversi per carattere e aspirazioni.

«Ti ho già detto che non mi interessa fare il buon samaritano.»

Carla sbuffò, come faceva sempre a quel punto della conversazione, riavviando con le dita la massa di capelli selvaggi.

«Mettiamola così,» disse infine, «venendo con me forse entreresti in contatto con qualcuno che ha qualcosa di interessante da raccontare. Come la vedi questa ricerca di ispirazione?»

A Peter non era mai venuto in mente. Mentre considerava l’idea, Carla sapeva di avere finalmente vinto. Non che lui avesse mai nutrito grande interesse verso il prossimo, ma la prospettiva di incontrare gente nuova con storie diverse, seppur simili tra loro, accomunate dal dolore e dall’abbandono, lo attraeva come una speranzosa ape verso un fiore colmo di nettare. L’immagine lo stuzzicava: abbeverarsi alla fonte delle miserie altrui per trasformare l’amarezza in miele era un’ottima metafora.

***

Gli uomini accampati sotto il ponte puzzavano tutti di urina e alcol, come si era aspettato. Peter reggeva sottobraccio delle coperte e in una mano un contenitore termico, colmo di piatti caldi. Altri volontari portavano termos con tè e caffè, oppure zuppa. Peter si avvicinò a una forma che giaceva su un pezzo di cartone, avvolta in una coperta bucata. Assestò dei colpetti con la punta del piede al sedere dell’uomo.

«Sveglia gente, è arrivato il rancio!» esclamò con voce gaia.

Un volto, nero come Peter non ne aveva mai visti, emerse accigliato da sotto la coperta, con uno sguardo diffidente e insieme vagamente infastidito.

«Pappa pronta» continuò. Il suo tono fece girare qualche testa fra gli altri volontari e Peter colse con la coda dell’occhio qualche sguardo non proprio incoraggiante. Era consapevole che il suo modo di fare non piaceva né ai neri né ai volontari cui si era aggregato. Dicevano che ci doveva andare piano e che un po’ di tatto in più non avrebbe guastato.

Vide Carla che scuoteva con gentilezza la spalla di uno degli uomini addormentati. Questi si svegliò e, riconoscendola, mise in mostra un sorriso che nessuno aveva mai rivolto a Peter.

«Allora?»

Il ragazzo di colore lo scosse dal suo stato di contemplazione, tendendo la mano verso il piatto. Peter glielo diede con una smorfia. Stava per passare oltre, quando notò un’altra forma raggomitolata sotto un salice, qualche decina di metri più in là. Un altro clandestino probabilmente.

«Perché quello non sta con voi?» chiese Peter al ragazzo color carbone.

«Cosa?»

«Quello lì» Peter indicò con un gesto secco il fagotto a terra. «È arrivato con voi?»

«No» disse il ragazzo. «Non con noi. Notte grida.»

Peter si sentì la bocca arida: forse aveva trovato il fiore cui abbeverarsi. Prese un piatto dal contenitore e si avviò verso l’eremita. Già pregustava i racconti di torture e violenze da parte dei mercanti di uomini, come vomitava la televisione. Nella tasca della giacca aveva una penna e un taccuino che avrebbe riempito di particolari macabri. Li avrebbe romanzati, rendendoli ancora più raccapriccianti, e ci avrebbe costruito intorno una storia che qualcuno, magari qualche rivista, avrebbe comprato.

L’ammasso di coperte puzzava anche più degli altri e Peter usò di nuovo la punta del piede per far venire allo scoperto l’uomo del mistero. Con sua grande sorpresa, e delusione, il volto che fece capolino non aveva la tonalità del cioccolato fondente né cicatrici rituali sugli zigomi. Era un asiatico, cinese probabilmente, o giù di lì. Forse si era stancato di cucire magliette ed era scappato da qualche impianto tessile clandestino.

Dopo un lampo di dolore, Peter dovette chiedersi quando, esattamente, il cinese lo avesse atterrato, gli fosse montato addosso e gli avesse messo il coltello contro la gola.

«Buono, buono!» si affrettò a dire. «Cibo! Pace!»

L’altro vide il piatto di spaghetti, ormai rovinato a terra, e si riebbe dalla trance assassina che lo aveva pervaso.

«Mi scusi» disse. «Credevo fosse un altro.» Gli tolse la lama dal collo e si sedette pesantemente. Aveva l’aria di qualcuno cui mancassero parecchie ore di sonno.

«La prego di perdonarmi» continuò. Aveva ovviamente un accento orientale ma parlava con fluidità la lingua. Peter si rese subito conto che era istruito e allora la sua curiosità superò di gran lunga lo spavento.

«Mi chiamo Peter» disse. «Ho portato da mangiare. Vorrei aiutarla.»

Il cinese annuì e il samaritano si alzò per andare a prendere dell’altro cibo. Tornò con un altro piatto di pasta e una tazza di caffè fumante che il cinese, o quello che era, accettò di buon grado. Peter si sedette davanti a lui e lo guardò mangiare.

«Allora» incominciò, quando l’altro ebbe finito. «Le va di raccontarmi la sua storia?»

L’uomo assunse un’espressione dura, sulla quale il no era stampato a lettere cubitali. Era un volto dall’età indefinita: sembrava allo stesso tempo giovane ed estremamente vecchio, come se la vita l’avesse consumato anzitempo.

«La ringrazio per la sua generosità» disse. «Ma ora, se non le dispiace, vorrei riposare.» E si tirò la coperta sulla testa troncando qualsiasi comunicazione.

Peter ritornò ancora sotto quel ponte, con Carla o da solo. La scena si ripeté altre volte, con lui che cercava di scavare nel passato dell’uomo per poi ricavarne solo un cortese rifiuto, solido e compatto come il marmo.

Dagli altri clandestini non era riuscito a ricavare molto. Quando loro erano arrivati, un gruppo di sei, lui si era già stabilito sotto il ponte. Li aveva squadrati uno per uno e aveva stabilito che non rappresentavano una minaccia. Ma di notte urlava, svegliandoli di soprassalto nel cuore delle tenebre. Incubi. La tensione con gli altri si era fatta palpabile, così una notte il cinese si era trasferito al riparo delle fronde dell’albero. Un riparo provvisorio, accettabile per il periodo primaverile.

Peter decise di agire diversamente. Dove non arrivavano la solidarietà e la gentilezza, sarebbe di sicuro arrivato l’inganno. Una sera, fece visita a un negozio di liquori sotto casa, comprò un rum economico e si recò al fiume. Scavalcò il guardrail, per non passare sotto il ponte in mezzo ai neri. Voleva mantenere la faccenda la più riservata possibile, ma per poco non si slogò una caviglia scivolando rumorosamente lungo la scarpata terrosa. Una volta assicuratosi di non aver svegliato nessuno, si diresse verso il salice.

Si aspettava di trovare l’uomo profondamente addormentato, magari già un po’ ubriaco. In quel caso, avrebbe risparmiato la bottiglia. Il giaciglio invece era vuoto. In compenso, la lama del coltello comparve di nuovo sulla gola di Peter per la seconda volta nel giro di pochi giorni. Il bastardo era silenzioso, sapeva muoversi. Peter alzò le braccia con cautela. Altrettanto lentamente, fece dondolare la bottiglia che teneva in mano.

«Voltati» gli ordinò l’uomo e Peter ubbidì. Quando il cinese lo riconobbe, si rilassò.

«Si farà uccidere, avvicinandosi così alla gente.»

«Non volevo che gli altri si svegliassero. Questa è una festa privata.»

Come previsto, il cinese aveva già percorso un bel pezzo di strada sulla via dell’alcolismo. Peter non fece nessuna fatica a fargli accettare il rum e la sua amicizia. L’uomo bevve a lunghe sorsate ingorde. Quando gli vennero gli occhi lucidi, iniziò a parlare. Non smise prima dell’alba.

[…]

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