Il metodo del fiocco di neve: qualche pensiero.

Non è la prima volta che approccio la scrittura di un romanzo. Avevo già cominciato qualche anno fa – qualunque cosa pur di non studiare per gli esami all’università – ad abbozzare prima un thriller con elementi paranormali (che in realtà potremmo chiamare normalissimi, tanto erano abusati), poi un fantasy. Tutti e due hanno subito lo stesso destino: essere abbandonati senza appello. Non dico cestinati perché la scrittura è come il maiale, non si butta via niente. Sai mai che non si possa recuperare qualche idea in futuro.
Ora ci sto riprovando e noto che le cose stanno andando meglio, dato che, invece di mollare tutto dopo qualche capitolo, sono arrivato quasi alla metà della prima stesura, grazie soprattutto a un approccio più organico e organizzato che prima non avevo.
Merito di un simpatico signore che si chiama Randy Ingermanson.
Non starò qui a esporvi tutto il Metodo del Fiocco di neve perché non è farina del mio sacco, esula lo scopo del blog (che è nelle mie intenzioni più un diario di scrittura), ma soprattutto perché basta fare un giro su Google per scoprire di cosa si tratta (traduzione in italiano per i meno eruditi).
Forse non sarà adatto a chi vede la scrittura come forma d’arte dura e pura che si mantiene in equilibrio solo sulla fantasia e sull’ispirazione dell’autore, ma chi come me apprezza l’importanza del grande disegno (ah, l’ingegneria civile) non potrà che convenire sull’importanza di un progetto preliminare, uno definitivo e uno esecutivo (come recitava il Decreto Legislativo n. 163/2006).
Il pregio fondamentale di questo metodo è appunto la pianificazione e l’inspessimento progressivo dell’idea stessa, nonché la possibilità di accorgersi della debolezza del soggetto prima di avere tra le mani un manoscritto che è costato sudore e sangue e che si rivela completamente inutile.
Ho seguito le direttive del buon Randy e sono partito da un’idea embrionale, quella di un oggetto che facesse avverare i desideri delle persone. Sai che novità, direte voi. Ma mica mi metto qui a spiegare la mia idea, vi rispondo io.
Creata la situazione iniziale, ho abbozzato dei personaggi che interagissero tra loro. Man mano che questi si delineavano, acquisivano sempre maggiore concretezza, fino a diventare i motori della storia. Ho insistito particolarmente su questo punto, ossia plasmare il flusso delle vicende a seconda della personalità dei protagonisti e non forzare questi ad agire per seguire un percorso prefissato dal punto A al punto B.
Il metodo consiglia di seguire il classico schema in tre atti, ma credo che questo sia qualcosa di più difficile da affrontare, a meno che non siate autori molto preparati o a cui piace proporre sempre lo stesso schema. Magari è meglio, ma che ne so io? Sono alla prima prova.
Di certo la schematizzazione di ciò che succede dall’inizio fino alla parola fine, scena per scena, consente di eliminare quasi completamente il famigerato e temuto blocco dello scrittore. Ci si può fermare anche per dei giorni tra un capitolo e un altro, ma si può riprendere in qualsiasi momento senza per questo perdere il filo. È anche molto più facile inserire delle sottotrame.
Quindi, anche se sono ancora a circa il quaranta per cento della prima bozza, sento di potermi sbilanciare in favore della bontà del metodo, che ha comunque i suoi contro:
  1. Ho detto che facilita la progettazione della trama, ma solo se si ha un’idea almeno abbozzata di come va a finire il tutto, il che potrà far storcere il naso agli avventurieri della prosa.
  2. Riassumere il contenuto di ogni capitolo in poche frasi può essere utile ma, almeno nel mio caso, porta a una certa “schematizzazione” della trama e a una conseguente brevità dei capitoli. Certamente sarà necessaria una riscrittura che vada ad ampliare ciò che avrò già scritto. Poi ne servirà un’altra per sistemare i danni provocati dalla seconda stesura e così via (spero non all’infinito).
  3. Riassumere il contenuto di ogni capitolo con troppe frasi, di contro, ammazza la voglia di scrivere.
  4. La facilità con cui si può riprendere il filo del discorso abbandonato porta, almeno nel mio caso, a dormire sugli allori. Ecco perché ci sto mettendo tanto, quando avrei già dovuto finire il tutto. Continuare a ripetermi che ho un lavoro vero non basta a giustificarmi.

Come dite? Ora siete curiosi di vedere cosa tirerò fuori dal cilindro quando il romanzo sarà finito? Non ci credo, ma nel frattempo potreste far finta di essere interessati e dare un’occhiata ai miei racconti.

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La sera giusta

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Per costruire una bambola voodoo serve innanzitutto sapere come fare, ma per questo basta una veloce ricerca su Google.

Stasera non si vedono stelle. Da queste parti, ai primi di settembre iniziano gli acquazzoni. Forse sta arrivando il primo. I due mesi migliori dell’anno, almeno sulla carta, sono passati. Le uniche luci che rischiarano la linea di bordo campo sono quelle che arrivano dai lampioni lungo la strada, un centinaio di metri più in là, mentre le braci delle nostre sigarette risplendono.

Al distributore automatico abbiamo preso Pall Mall, pacchetto da venti. Ce ne toccano cinque a testa, perché Ale non fuma. Accidenti a lui, al suo fisico e ai suoi polmoni da atleta. Di fumarne un paio e poi nascondere il pacchetto a casa di qualcuno non se ne parla: troppi rischi. Abbiamo delle mentine per camuffare l’alito, e questo la dice lunga. Quattro consumatori accaniti in incognito e un tabagista della domenica, quando va bene, che cercano il sapore della maturità nascosti in un angolo di un paese ucciso dalla noia.

Per fare una bambola voodoo serve della cera, per il corpo.

Il fumo è composto da una parte gassosa e da una solida. La prima è impalpabile e invisibile. I miei problemi sono come la seconda. Fini. Neri. Probabilmente anche cancerogeni. Qualcuno dice fuma perché gli piace il sapore. Mente. Io lo faccio per autolesionismo, visto che non posso lesionare nessun altro.

Ho fumato la mia prima sigaretta già qualche anno fa, ma non mi è piaciuto granché e ho lasciato perdere. Mi seccava la gola e mi sentivo la lingua come impolverata. Ho ricominciato qualche settimana fa, per lei, per avere una bandiera con cui sventolare il mio malessere. Forse in questo momento mi si sta annerendo anche il cuore, oltre ai polmoni. Di sicuro, l’oscurità ce l’ho già in testa.

Per fare una bambola voodoo servono dei bastoncini, per le braccia e le gambe.

La panchina è lunga abbastanza, quindi se ci stringiamo riusciamo a starci tutti e cinque. All’estremo destro ci sono io. Poi Vince, Diego e Bobo. Dall’altra parte c’è Ale, senza sigaretta. Tiene la gamba destra allungata davanti a sé. Indossa dei pantaloncini corti, così riesco a vedere un bellissimo ematoma con satelliti di escoriazioni tutt’intorno. Dice che è caduto mentre si allenava.

È una settimana che non gli rivolgo la parola, che faccio come se non esistesse, anche se Giulia ha detto che il saluto non si toglie neanche ai cani. Se ho imparato qualcosa da questa mancata storia d’amore, è che niente ci appartiene di diritto. Anche il fatto stesso di soffrire per qualcuno, non frutta nessuna medaglia al valore.

Il livido sul mio orgoglio è molto più esteso di quello sulla gamba di Ale. Per voler suscitare la compassione del prossimo bisogna essere finiti proprio in basso, ma io mi sono fermato giusto in tempo sul penultimo scalino di quella grande discesa che è la perdita dell’autostima. Ho fortunatamente afferrato il concetto prima di compromettermi del tutto esprimendo con parole chiare il mio bisogno di pietà.

Per fare una bambola voodoo serve qualcosa della vittima designata. Un brandello di indumento, unghie, peli. Un po’ di capelli prelevati di nascosto dal cappello di Ale sono stati più che sufficienti. È bastato aspettare che se lo togliesse prima di andare a farsi una nuotata.

La frase “non voglio rovinare la nostra amicizia” dovrebbe essere bandita da un qualche organo internazionale, perché fa più danni delle armi di distruzione di massa. È un cliché troppo abusato perché chi se lo sente dire possa capire pienamente. Di solito si rimane con la bocca spalancata, oppure con le labbra serrate per impedire alla dignità di colare via dagli occhi. Se poi lei è ben lieta di rovinare la sua amicizia con un tuo amico, l’opera è completa.

Lo sapevano tutti che ero innamorato di Giulia. Lo sapeva anche Ale. Ale con il suo fisico palestrato. Ale con i suoi occhi innocenti e il sorriso splendente e i suoi libri in spiaggia. Dopo il mio amichevole due di picche, ho visto costruirsi tra loro un feeling sempre più intenso. Ormai aspettavo minuto per minuto l’inevitabile. Finché un giorno Ale è venuto da me: «Ti devo dire una cosa.»

Per vedere se le istruzioni trovate su internet sono buone, ho deciso di fare una prova. Un paio di giorni fa, ho visto un cane orbo che rovistava tra i rifiuti. Appena ha avvertito la mia presenza si è allontanato di una decina di metri, ma è stato facile conquistare la sua fiducia con un pezzo di pane raffermo pescato dalla busta di spazzatura di cui mi dovevo sbarazzare. Tenevo il boccone con due dita, mentre il cane fiutava nella mia direzione e si avvicinava. Ho cominciato ad accarezzarlo, cercando di non pensare al numero di pulci a cui offriva vitto e alloggio. Era talmente malconcio che i peli venivano via che era una bellezza. Ne ho avvolto un ciuffo in un fazzoletto.

Tornato a casa, mi sono procurato il materiale necessario e ho realizzato un grazioso pupazzetto a forma di cane. All’interno, impastato con la cera, ho messo il souvenir del mio pulcioso amico.

Sono tornato ai cassonetti e il cane era ancora lì. Avevo portato con me un lungo spillone acuminato. Ho trafitto il pupazzo. Il cane scodinzolava continuando allegramente a cercare il proprio pranzo. Ho affondato di nuovo lo spillone nella pancia della bambola, senza risultato. L’animale mi aveva visto e cominciava ad avvicinarsi, magari chiedendosi quale leccornia gli avevo portato stavolta. Ho serrato i denti per la rabbia. Riuscivo solo a sibilare la mia frustrazione. Ho squarciato la bambola, facendo fuoriuscire le sue viscere di pezza e cera.

Avrei voluto smembrare Ale alla stessa maniera, quando è venuto a confessarmi tutto in nome dell’amicizia e della lealtà. Per avere la coscienza a posto mentre continuava a pomiciare con Giulia. Avrei voluto vederlo sanguinare a mio piacimento, picchiandolo fino a quando non fossi svenuto per la stanchezza. E ancora non sarebbe stato abbastanza.

«Queste Pall Mall fanno schifo al cazzo» dice Diego.

«Dovremmo passare alle Davidhoff» gli fa eco Bobo.

L’argomento mi è completamente indifferente. Sarebbe sempre e solo una variazione sul sintomo. Neanche Ale dice la sua. Con l’indice saggio la punta dello spillone che tengo in una tasca. La bambola è nell’altra.

Per fare una bambola voodoo ci devi mettere dentro tutto te stesso. Serve l’odio puro spogliato del contorno e dei condimenti. Senza i perché e i forse. Un distillato. Nessuna logica.

Ieri ero in macchina con i miei. A lato della strada ho visto a un tratto la carcassa di un cane. Ormai non era più un pezzo unico. Non so perché ne sono così sicuro, ma era il mio amico pulcioso che mi regalava un’epifania. Mi sono reso conto che per la povera bestia non avevo usato un distillato, ma un drink annacquato che aveva impiegato del tempo per fare il suo dovere.

A quelli che quest’estate mi hanno chiesto perché ho ripreso a fumare, ho risposto che la nicotina mi aiuta a calmare i nervi. A quel punto tutti ormai sapevano che Ale mi aveva battuto, ma io ho continuato a insistere nella parte dello spasimante irriducibile, il che mi rendeva doppiamente ridicolo senza che me ne accorgessi.

Vedevo Ale prendere furtivamente la mano di Giulia e allontanarsi con lei verso la spiaggia. Giulia mi ha detto che non volevano farmi soffrire. Non mi è venuto in mente niente di letale da rispondere. Ogni sera vedevo la stessa scenetta. Ogni sera accendevo la sigaretta. Ogni sera lui sapeva che aveva qualcosa di cui vergognarsi, ma forse neanche ci pensava. Anche gli altri vedevano e non dicevano niente. La nicotina mi entrava in circolo e si corrompeva con i miei pensieri di pece.

Si dice che la dispersione del fumo non segua nessuna legge matematica, o semplicemente non è mai stata scoperta la formula del suo vagare incontrollato. Se gli altri sapessero che sto accarezzando una punta d’acciaio da piantare nel cuore di una bambola crederebbero che sono pronto per il manicomio. Eppure sono solo gli eventi che sono andati avanti sul loro sentiero. Io li ho solo seguiti: non sono stato io a guidarli, a metterli in marcia, o a incoraggiarli nel loro cammino.

Queste sigarette fanno davvero schifo.

Per costruire questa cazzo di bambola voodoo ci vuole soprattutto cautela.

Le mani mi tremavano troppo: mentre me la rigiravo tra le dita per ammirare il prodotto finito, mi è caduta. Quando mi sono chinato a raccoglierla dal pavimento, ho visto che una delle gambette di legno era scheggiata. La contemplavo con la testa che mi esplodeva, ma mi sentivo stranamente leggero, come se il peso di tutto il nero che avevo dentro si fosse riversato nel piccolo feticcio, lasciandomi pulito e sereno, l’animo libero dalla fuliggine.

Aspiro ancora una boccata di fumo. È l’ultima, perché stasera si chiude tutto. Non avrò più bisogno di sigarette o altri surrogati tranquillanti, perché non ci sarà più nulla per cui essere arrabbiati. Il mio anestetico saranno le scene che verranno dopo. Chiedo soddisfazione.

«Andiamo?»

Diego distribuisce le mentine. Ale si tasta l’ematoma e fa una smorfia di dolore. Anche questo fa parte della ricompensa che mi è dovuta, anche se fuori programma. Piacevole, dopotutto.

«Proporrei un bagno di mezzanotte, per celebrare la fine dell’estate» dice Diego alzando il mozzicone, come per un brindisi.

«Avete il costume?» chiede Vince.

«No, e allora?»

«Aggiudicato.»

Usciamo dal campetto attraverso un varco nel cancello, laddove una delle barre di metallo è stata divelta. Mentre gli altri sono già fuori, sento una mano che mi trattiene per un braccio. Mi volto, e lì c’è Ale.

«Per quanto ancora hai intenzione di ignorarmi?»

Lo guardo in faccia ma non rispondo.

«Senti, non posso farci niente. Mi rendo conto di essermi comportato come una merda nei tuoi confronti, non sono stato proprio un amico.»

Si vede che sta cercando le parole giuste. Ci avrà pensato molto, ma esprimere così i propri sentimenti non deve essere facile.

«Ma la amo, non posso fare altrimenti! È qualcosa che mi ha sorpreso e poi…»

«Ok, scusa.»

Lui mi guarda come se avessi un secondo naso. Forse si era preparato alla fine di un’amicizia, a un litigio. Magari a una rissa. Di certo, è rimasto senza parole.

«Come, prego?»

Lascio andare un pesante sospiro e poi ripeto. «Ti chiedo scusa. Qui l’idiota sono io. Mi sono comportato come un bambino egoista che fa i capricci per un giocattolo. Io sono meglio di così, lo sai. E anche Giulia. Sono state settimane confuse per me, ma spero possiate perdonarmi.»

«Ma veramente, io…»

«Mettiamoci una pietra sopra, ok? Amici come prima. Solo non parliamone più, ti prego. Fino a cinque minuti fa ti odiavo come se da questo dipendesse la mia vita. Ma è inutile.» Schiaccio il mozzicone. «Come queste cazzo di sigarette. Non mi dovete nulla, solo ho bisogno di un po’ di tempo per abituarmi all’idea di voi due.»

Lui mi guarda e non dice niente. Ha un tappo di stupore che gli ostruisce il forno. Poi riesce a sputarlo: «Cazzo! Sì, certo.»

«E fammi un favore. Non comportatevi come gli amanti che non devono essere scoperti. Credo di poter sopportare di vedervi insieme. Non sono il marito pazzo e geloso.»

Ale mi abbraccia all’improvviso, un gesto tanto spontaneo quanto inusuale nel nostro gruppo. Poi inizia a correre per raggiungere gli altri. A metà strada si volta e mi fa il saluto militare ridendo.

Lo guardo allontanarsi e contemplo con le mani in tasca i nuvoloni che arrivano. Sono estremamente rilassato, adesso. Lo spillone è al suo posto. Il feticcio che assomiglia ad Ale anche.

Mi domando se questa sia davvero la sera giusta. Forse sarebbe meglio aspettare e far assistere anche Giulia all’atto conclusivo.

 

FINE

 

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Nella notte, un predatore (Ebook Download)

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Peter Lewis prese le forbici e con mani tremanti tagliò lo spago del pacco. Una volta fatto, lo gettò in un angolo e attaccò la carta con furia. La sua creatura era lì dentro. Il suo parto. Si era ripromesso di far durare il momento come si gusta un bicchierino di liquore particolarmente dolce, resistendo alla tentazione di ingollarlo subito e versarsene un altro. Era la sua prima volta. Per vederne un’altra, chissà quanto sarebbe passato. Erano anni che aspettava l’idea giusta. Ora il suo nome era stampato a lettere cubitali sulla copertina del libro che l’avrebbe ucciso.

Questo è il primo di una serie di racconti a tema horror che sono stati parcheggiati per parecchio tempo in quella che io chiamo “l’officina” (una cartella sull’hard disk, anche se non è molto romantico). E’ lungo poco meno di 6.000 parole. L’ideale per accompagnare un bicchierino dopo cena.

Il file (PDF, Epub o Mobi) è disponibile gratuitamente cliccando qui. Venite a incontrare il predatore….

 

Nella notte, un predatore (Parte 5 di 5)

Leggi il capitolo precedente. Inizia a leggere il racconto da qui.

*****

Si voltò. La manovra sembrò durare degli anni. Vide Kaneko uscire dalla sua stanza: prima solo il volto, assonnato e bellissimo. Poi il collo, bianco come di porcellana. La testa si mosse lungo il corridoio. Per un attimo, Kazuo si chiese se dormisse nuda come Hiromi. Ma quella notte non vide il suo corpo. Solo un collo del colore del giglio, che seguiva la testa di Kaneko verso il tavolino nel corridoio dove era poggiata una delle lampade, per poi perdersi all’interno della stanza. Ormai era lungo almeno due metri e mezzo. Ancora mezzo intontito dal sonno, il demone iniziò a leccare da un piattino l’olio della lanterna, come farebbe un gattino con una scodella di latte.

Finalmente, notò la presenza di Kazuo. Il volto sembrò allarmarsi per un secondo, subito prima di distendersi in una maschera di tristezza e rassegnazione. Kazuo aveva sulle spalle il corpo della sorella, le sue intenzioni erano chiare.

La testa di Kaneko si mosse verso di lui, seguita dal collo smisurato che si fletteva sinuosamente, come un serpente intento a ipnotizzare la sua preda.

In seguito, quando ebbe recuperato un minimo di lucidità, Kazuo arrivò alla conclusione che Kaneko non volesse fargli del male. Forse aveva solo consapevolezza negli occhi: l’ultima occasione per un saluto a Hiromi.

Ma in quel momento, Kazuo era tutto fuorché padrone di sé. Abbandonò il corpo che portava sulle spalle, lasciandolo rovinare a terra come una vecchia bambola, afferrò una lampada che giaceva sul pavimento e la abbatté sul volto che gli andava incontro. Le fiamme divamparono su metà della faccia di Kaneko. Gocce di olio incandescenti caddero sul pavimento di legno. In un attimo, la carta da parati prese fuoco, così come i capelli della creatura.

Kazuo si precipitò alla porta e la spalancò. Dopo, tornò indietro per prendere il corpo di Hiromi. Lanciò un ultimo sguardo a quell’angolo d’inferno che era diventato il corridoio. Nell’infuriare delle fiamme, vide il lato destro della faccia di Kaneko riempirsi di bolle e liquefarsi come cera. La bocca spalancata non emetteva suoni, ma l’occhio rimasto sembrava chiedergli perché. Poi il collo smisurato prese a ondeggiare e la testa andò a nascondersi nella sua camera, dove qualcos’altro iniziò a bruciare.

Kazuo guardò nel cuore delle fiamme per un altro secondo, poi prese Hiromi fra le braccia e si lanciò per le scale. Ai piani superiori sentiva già gli schiocchi secchi del legno e il gemere delle fiamme. Iniziò a sentire voci provenienti dagli appartamenti. La sua spedizione non era passata inosservata, ma nelle scale ancora non si vedeva nessuno.

Arrivò alla cantina e praticamente aprì la porta gettandovisi contro con tutto il suo peso. Adagiò il corpo sul pavimento di cemento e si precipitò a chiudere la pesante porta di ferro. Dalla tromba delle scale, sentì urla di paura sostituirsi alle voci di protesta degli inquilini: si chiese quanto ci avrebbero messo i vigili del fuoco ad arrivare. Girò il chiavistello e inalò quello che gli sembrò il primo vero respiro da quando aveva visto Hiromi cacciare.

Qualcosa colpì la porta con violenza, facendo rimbombare tutta la cantina. Poi un acutissimo urlo di rabbia e frustrazione che aggredì le orecchie di Kazuo come una stilettata. Altri colpi, sempre più violenti, sempre più rabbiosi. E quelle urla, come unghie su una gigantesca lavagna. La superficie della porta si deformò.

La volontà abbandonò Kazuo. La sentì letteralmente fluirgli via dalle labbra. Si accasciò a terra e si raggomitolò come un feto. Iniziò a piangere. Sarebbe morto lì sotto, come un topo, se non dilaniato dal demone, allora bruciato vivo o soffocato dal fumo che filtrava dalla porta.

Il corpo di Hiromi si scosse all’improvviso, come preso da una convulsione, e Kazuo temette di nuovo di perdere il controllo della vescica. Un altro colpo alla porta, e quella massa di carne decapitata ebbe un altro sussulto. A ogni attacco di quell’infernale amante tradito, la cosa che giaceva ai piedi di Kazuo sembrava venisse presa da un attacco epilettico.

Finché non si alzò in piedi. Prima si levò faticosamente su un fianco, poi riuscì a mettersi in ginocchio. Con un enorme sforzo, la figura riuscì a pararsi dinnanzi al traditore. La testa del demone continuava a tempestare di colpi la porta. Kazuo seguì con lo sguardo una vite distaccarsi inesorabilmente dal chiavistello e cadere tintinnando sul pavimento.

Il corpo scattò in avanti e lo afferrò al collo, iniziando a stringere. In quegli ultimi attimi concitati, il ragazzo pensò a Hiromi sulla scala, mentre reggeva un pacco che doveva pesare almeno venticinque chili, senza apparente sforzo. Kazuo fu sbattuto contro il muro e sentì i propri piedi perdere contatto con il cemento, mentre quelle mani inesorabili lo sollevavano verso la morte, incuranti dei suoi patetici tentativi di liberarsi. Kazuo annaspò alla ricerca dell’ossigeno che gli era negato, ma non lo trovò. I sensi lo stavano abbandonando velocemente, ma fece in tempo a registrare il rivolo di urina che gli scorreva lungo la gamba. L’ultima cosa che vide fu la porta che veniva finalmente sconfitta e la testa fare il suo trionfale ingresso nella cantina. Hiromi aveva fame. Hiromi era furente.

*****

Peter aspettò che Kazuo continuasse la storia, ma l’uomo era troppo occupato a tremare. Aveva iniziato a piangere, ma Peter dubitava che se ne fosse accorto. Alla fine riprese.

“Mi trovarono i vigili del fuoco, svenuto in mezzo al fumo. Vidi i primi raggi dell’alba che filtravano attraverso la finestrella della cantina e ricordo che benedii il sole. Non mi era mai sembrato così bello. Davanti a me c’era un mucchio di cenere. Un altro più piccolo era vicino alla porta sfondata. I soccorritori lo calpestavano e lo disperdevano sul pavimento. Ero riuscito a distruggere il nukekubi. Iniziai a ridere. Devo essere sembrato isterico.

C’erano delle ambulanze fuori, in strada. Alcune ore dopo, quando l’incendio era ormai domato, seppi che erano morte due persone. Una coppia di anziani. Nell’appartamento al terzo piano non c’era nessuno. Il corpo di Kaneko non era stato rinvenuto.

Mi allontanai nel momento stesso in cui venni a saperlo. Scappai come un ladro con quello che avevo indosso. Lei mi ha visto. E ci sono anche altri parenti, Hiromi me l’ha detto.”

Il racconto era terminato. Peter lasciò quello che era avanzato della bottiglia a Kazuo e corse a casa a scrivere.

*****

Il libro vendette bene. Per la prima opera di un autore sconosciuto, non si sarebbe potuto chiedere di meglio. La casa editrice che lo aveva messo sotto contratto pagò puntualmente la prima tranche di diritti e, dopo qualche tempo, Peter ebbe abbastanza soldi da potersi permettere di lasciare il suo monolocale per un ambiente più spazioso, una volta saldati i debiti con l’editor. Il bastardo gli aveva in pratica riscritto il libro, adducendo come scusa “gravi lacune grammaticali”.

I blog di narrativa horror non parlavano che di lui. Lo osannavano come il nuovo re del brivido. Aveva anche rilasciato un’intervista, con tanto di foto, per un quotidiano nazionale.

Peccato non aver potuto festeggiare con la sua musa. Aveva comprato un’altra bottiglia di rum, la sera che aveva ricevuto il primo assegno: niente liquame da supermercato, roba di classe. Ma Kazuo non era più sotto il suo salice, né sotto il ponte con i neri. Il suo giaciglio e le sue coperte erano ancora sotto l’albero, macchiate di una roba scura di cui Peter non volle indagare la natura. Di lui nessuna traccia. Peter riportò la bottiglia in macchina e iniziò a bere mentre guidava. Quando finalmente riuscì a entrare nel suo nuovo appartamento, era già ubriaco. Si sedette pesantemente sul divano, mentre il mondo gli girava intorno.

Poi una serie di colpi. Qualcuno stava bussando. Il grande scrittore ci mise un po’ a rendersi conto che i suoni non venivano dalla porta, ma dalla finestra alle sue spalle. Abitava al quarto piano. I colpi divennero più insistenti. Non ebbe il coraggio di voltarsi. Quando il vetro cedette, chiuse gli occhi.

FINE

 

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Simpatiche bestioline, no?

Nella notte, un predatore (Parte 4 di 5)

Qui il capitolo precedente. Per cominciare dal principio il racconto, clicca qui.

*****

Kazuo si barricò in casa. Chiuse le imposte, staccò il telefono e controllò la credenza. Aveva scorte di cibo sufficienti per qualche giorno, finché non avesse deciso il da farsi. Gli venne in mente improvvisamente che, per quanto ne sapeva, Hiromi avrebbe potuto sfondare le finestre o la porta. Il panico durò una manciata di secondi. Poi prese il cellulare e iniziò a comporre un messaggio per la ragazza. Sono dovuto tornare a casa. Problemi di famiglia. Ti spiego dopo. Scusa. Ci pensò su, poi aggiunse l’immagine di un cuore e una faccina che schioccava un bacio. Premette invio e poi spense il cellulare.

Si sedette al tavolo della cucina a riflettere. Hiromi era senz’altro un nukekubi, come quelli di cui gli raccontava suo nonno quando era piccolo. Anche allora, non aveva mai creduto alla loro esistenza, ma l’idea stessa di un essere del genere, la cui testa di notte volasse via dal corpo per cacciare carne e sangue, lo aveva sempre messo a disagio. Non aveva mai sentito però di un nukekubi che ingoiasse la vittima e la facesse sparire nel nulla, ma le leggende non sono affidabili per definizione. I fatti vengono tramandati di bocca in bocca. Vengono distorti e inghirlandati. Poi si arriva a un punto in cui si crede che siano solo storie, ma questo non cancella quello che sono: fatti. Quella notte, un demone aveva ucciso un uomo e ne aveva divorato il corpo.

Si era sempre considerato un tipo più o meno coraggioso, ma l’idea di confrontarsi con una storia dell’orrore ambulante lo fece stare male. Corse al gabinetto, ma dopo non si arrischiò a tirare la catena. Troppo rumore.

Gli tornò in mente quella lingua sul vetro. Il sesso del giorno prima. Il sapore di quella torta. Ma ormai non aveva più nulla nello stomaco, ed era stanco. Si raggomitolò sul tappeto del bagno e dormì.

Si svegliò al tramonto. Mentre la luce rossastra filtrava tra le imposte e disegnava sul pavimento geometrie di sangue, Kazuo pensò che le possibilità che Hiromi avesse di nuovo fame fossero davvero poche. Si rilassò e iniziò a elaborare un piano.

Rimase chiuso nel suo appartamento per una settimana, versando prodotti per la casa nel gabinetto per coprire il tanfo. Aveva finito le scorte di cibo prima del previsto. Kazuo pensò che non era il caso di indugiare oltre. Suo nonno gli aveva raccontato che la testa del nukekubi poteva cacciare solo col favore delle tenebre. Al sorgere del sole si sarebbe dovuta ricongiungere al resto del corpo, pena la morte. L’impresa era praticamente suicida, ma prima o poi Hiromi avrebbe intuito qualcosa. Kazuo non poteva nemmeno immaginare di baciare di nuovo quella bocca assassina.

La principale incognita era cosa fare se avesse trovato Hiromi, tutta intera, a casa. La parte fondamentale del piano era infatti agire quando la testa fosse stata altrove. Kazuo sperò di rivelarsi un grande attore. Forse si sarebbe finto ubriaco per giustificare l’infrazione.

Un altro problema era Kaneko. Se anche lei era un nukekubi, probabilmente sarebbe stata a caccia con la sorella. Se fosse stata invece sua prigioniera, Kazuo l’avrebbe liberata e avrebbe pure ricevuto un valido aiuto. Kaneko sembrava forte, nonostante il suo aspetto da canna al vento. C’era infine la possibilità che la ragazza fosse una specie di serva del demone. In questo caso, Kazuo l’avrebbe uccisa. Troppe variabili e poco coraggio, pensò Kazuo. Ciononostante, prese del liquore dalla credenza e iniziò a bere. Se ne versò anche un po’ sui vestiti, per sicurezza.

Si era aspettato di dover forzare la porta dell’appartamento di Hiromi. Aveva trovato un piede di porco, residuo di una ristrutturazione nel vecchio appartamento, ma non dovette usarlo: la porta era aperta. Immaginava che la proprietaria dell’appartamento gradisse parecchio qualche spuntino a sorpresa, di tanto in tanto, o forse era stata semplicemente una dimenticanza. L’atmosfera era surreale. Ogni angolo dell’appartamento era inondato dalla luce tenue delle lampade a olio. Ce n’erano decine.

Kazuo avanzò lentamente lungo il corridoio. La cucina non aveva una porta e comunicava direttamente con il corridoio. In ogni caso era vuota.

La prima porta chiusa, a sinistra, doveva essere uno sgabuzzino. La prima volta che Hiromi l’aveva invitato nell’appartamento, aveva riposto la giacca e le scarpe in quella stanza.

La seconda a sinistra era la camera da cui aveva visto uscire Kaneko. Basandosi sulla posizione del tubo di scarico nel palazzo, in fondo al corridoio doveva esserci il bagno. Rimaneva solo una porta sulla destra, oltre la cucina. Quella doveva essere la stanza di Hiromi.

Muovendosi con estrema cautela, Kazuo iniziò ad avvicinarsi. Aveva solo i calzini ai piedi. Non aveva voluto rischiare di fare rumore con le scarpe. Superò un paio di lampade appese e arrivò a destinazione. Ruotò il pomello ed entrò.

Il corpo di Hiromi giaceva sul letto, le mani incrociate sul petto. Sembrava il cadavere di un condannato alla ghigliottina dopo l’esecuzione della sentenza. La finestra era aperta e le tende si muovevano piano.  Sul comodino, il foulard con la gemma. Non l’aveva mai vista senza, neppure quando erano nudi a letto: secondo la leggenda, i nukekubi si nascondevano il collo con indumenti o gioielli per celare una sottile linea rossa, lì dove il capo si separava dal resto.

Sperando che la testa non avesse un qualche tipo di legame extrasensoriale con il resto, Kazuo si caricò il corpo sulle spalle. D’altronde, quello era il metodo tradizionale: nascondere il corpo del nukekubi prima del ritorno del demone, in modo tale da impedirne il ricongiungimento e quindi provocarne la morte. Hiromi non pesava molto, ma Kazuo aveva già la fronte imperlata di sudore. Nonostante l’ansia, il piano aveva buone probabilità di riuscita: dalla stanza di Kaneko non giungeva alcun rumore e sarebbe stato difficile incontrare per le scale qualcuno a quell’ora. Avrebbe nascosto il corpo in cantina e bloccato la porta. Se non fosse riuscito a rompere la serratura, si sarebbe barricato dentro per impedire l’accesso a chiunque.

Era arrivato a tre quarti del corridoio. Ci aveva messo un’eternità. Una volta giunto alla porta, avrebbe dovuto poggiare il corpo a terra e riaprirla: entrando l’aveva chiusa, per sicurezza. Non aveva pensato alle difficoltà di manovra con un fardello sulle spalle.

Il cigolio di cardini che sentì alle sue spalle gli congelò la spina dorsale.

 

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Nella notte, un predatore (Parte 3 di 5)

Inizia da qui

Passò un mese. Poi ci fu il bagno di sangue.

Kazuo aveva trascorso tutta la giornata a letto con Hiromi. Si era presentata quella mattina alla porta di Kazuo con un dolce fatto in casa. Il ragazzo semiaddormentato l’aveva tirata a sé e l’aveva salutata con un bacio vigoroso. Non si sentiva così da anni. Anzi, non aveva mai sperimentato niente del genere. Le precedenti relazioni che aveva avuto erano state entrambe lunghe e monotone. Hiromi era diversa. Aveva un’energia che sembrava inesauribile. Il sesso poi era qualcosa di favoloso, neanche lontanamente paragonabile a nessuna delle sue esperienze. La sua passione era famelica. Ma ciò che più piaceva a Kazuo era quanto fosse solare e premurosa.

Kazuo aveva posato il dolce in cucina e aveva portato Hiromi in camera.

“Tua sorella?” chiese, alla fine.

“Sta dormendo. Ha fatto lei il dolce.”

“L’ha fatto per me?”

“Sì. E’ un po’ scostante, ma se io ti voglio bene, allora te ne vuole anche lei.”

La semplicità del ragionamento non lasciava spazio ad alcuna replica. Kazuo si mise a sedere sulla sponda del letto e prese dal comodino il piatto con gli avanzi sopravvissuti del dolce. Aveva un gusto singolare ma buono. Hiromi aveva detto che era lo zafferano a renderlo così.

“Che problema ha Kaneko?” disse alla fine.

La ragazza esitò, quasi che rivelargli i problemi familiari fosse come raccontarli a un estraneo. Kazuo si sentì un po’ ferito.

“Disturbi alimentari” disse Hiromi alla fine, prendendosi le ginocchia tra le braccia. “Nulla di particolarmente grave. Ma la sua… diversità… l’ha portata a isolarsi, nel tempo.”

“Non ha amici?”

“Abbiamo dei parenti. Ma li vediamo poco. Ha solo me.”

Guardarono un film e poi Kazuo rimase solo, addormentandosi davanti al televisore. Hiromi non passava mai insieme a lui la notte per non lasciare sola la sorella. Non si può dire che questo gli dispiacesse. Non si sentiva ancora pronto a una relazione di quel tipo. Il suo spazzolino stava bene da solo in bagno, per adesso.

Poi un urlo strappò la notte. Fu breve, ma sufficiente a farlo svegliare di soprassalto. Alla tv davano un film con Godzilla. Kazuo azzerò il volume e rimase in ascolto. Si sentiva un rumore concitato di passi, in strada. Sta succedendo qualcosa, pensò. Un’aggressione!

Kazuo si avvicinò alla finestra il più silenziosamente possibile, tenendosi basso per non essere visto. Da principio non capì cosa stava vedendo.

Un uomo stava in piedi in mezzo alla strada deserta e si teneva la gola. Barcollava. I suoi abiti erano inzuppati di nero. Tra le dita serrate, il sangue zampillava copioso dalla gola. Apriva la bocca ritmicamente, senza suoni. Ma non era quello a terrorizzare Kazuo.

Qualcosa attaccava ripetutamente quell’uomo. Un volatile, forse un corvo. O un pipistrello. Una nuvola che fino ad allora aveva sostato davanti alla luna piena si spostò, illuminando preda e predatore nella loro danza di morte. Non era un uccello a mordere ripetutamente l’uomo, prima su un braccio, poi una gamba. Ai genitali. Era la stessa forma che aveva visto affacciata alla finestra un mese prima. Solo che non era affacciata, ora ne era sicuro. Fluttuava nell’aria, lacerandola in ripetuti attacchi finché la preda, sfinita, non crollò a terra esanime.

La testa – ormai Kazuo era sicuro che lo fosse, riusciva a vederne i lineamenti… occhi, naso, bocca… – scese lenta al livello dell’asfalto, come se avesse tutto il tempo del mondo. Strisciò nella pozza di sangue, incurante dei lunghi capelli che s’insozzavano. Il rumore di risucchio piegò Kazuo in due per la nausea. Per qualche istante trattenne i conati, poi si vomitò addosso. In silenzio. Anche se la finestra era chiusa, non voleva che quella cosa lo sentisse. Rimasse immobile a guardare, inginocchiato in quella pozza maleodorante.

Perché nessuno sente nulla? pensò. Non è possibile che nessuno senta.

Il rumore del risucchio era forte quanto disgustoso, ma alla fine cessò.

Kazuo vide la testa avvicinarsi ai piedi dell’uomo. Il volto di quell’essere, demoniaco ma dalle fattezze terribilmente umane, iniziò a deformarsi. La bocca si spalancò in un angolo assurdo. Kazuo sentì attraverso il vetro della finestra lo schiocco della mascella che si disarticolava.

Nessuno lo sente, pensò ancora.

E in quel momento, la testa iniziò a ingoiare il cadavere. A Kazuo non sembrò il termine adatto, visto che oltre la testa non vi era un corpo, ma non riuscì a non pensare ai serpenti che inghiottiscono intere le uova dai nidi, senza masticarle.

Ormai il cadavere era scomparso per metà nella bocca del mostro, senza che ne rimanesse traccia. Impossibile che i capelli, per quanto lunghi, nascondessero le gambe del malcapitato. Lordi di sangue, tanto da riflettere i raggi della luna, aderivano all’asfalto come le setole di un pennello. Dipingevano sulla strada una traccia abominevole.

La testa finì il suo pasto e ricominciò a librarsi nell’aria, salendo piano come era discesa. Ora i capelli insanguinati si muovevano pesanti nella brezza notturna. Il corpo della vittima era sparito.

Il demone si diresse verso la finestra di Kazuo e il ragazzo pensò che l’avesse visto. Si nascose dietro la tenda, tremando, temendo di perdere il controllo della vescica.

Attraverso le pieghe del tessuto, riusciva ad assistere all’incedere lento del mostro. La testa appoggiò la fronte al vetro, come se scrutasse dentro.

Allora Kazuo la vide. Il suo volto era truccato con sangue umano, ma la riconobbe. Il suo cuore si colmò di disgusto e disperazione.

La televisione, pensò all’improvviso Kazuo. Ho lasciato la televisione accesa! Il panico lo colse, eppure riuscì in qualche modo a rimanere immobile.

La testa di Hiromi sorrise, teneramente. Poi baciò il vetro e se ne distaccò. Indugiò ancora, vedendo che la sua fronte aveva lasciato una macchia di sangue sulla finestra. Tornò indietro. Dischiuse le labbra e leccò con cura, con gusto, senza lasciare traccia. Poi sparì, e Kazuo cedette all’oblio.

*****

Il cinese, o meglio il giapponese, guardò la bottiglia di rum ormai vuota. Attraverso di essa, osservava il sole nascente. Peter non poteva credere alle sue orecchie e non poteva accettare che l’uomo smettesse di parlare. Era assetato di orrore, e quella storia gli sembrava una fontana di latte e vino.

“Cos’è successo dopo?” ansimò Peter.

Kazuo, per tutta risposta, si tirò le coperte sulla testa e si sdraiò sotto il salice. La notte era finita. Il resto sarebbe suonato ridicolo alla luce del giorno.

“Parla! Come continua la storia?”

“Non è una storia” si sentì da sotto le coperte. “Torna stanotte, e porta un’altra bottiglia.”

Peter tornò di corsa al suo appartamento e si fiondò alla scrivania. Accese il pc e avviò il browser. Iniziò a cercare. Mezz’ora dopo, si era fatto un quadro completo. Sorrise. Il suo amico era una spugna imbevuta di alcol e mitologia. Aprì il programma di scrittura e iniziò a battere furiosamente sulla tastiera. Quando ebbe finito, era di nuovo sera. L’ora delle storie.

Peter porse la seconda bottiglia al giapponese. “Parlami ancora del nukekubi.”

L’altro sorrise amaramente. “Vedo che hai fatto le tue ricerche.”

 

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Avete visto che alla fine ci siamo arrivati?

Nella notte, un predatore (Parte 2 di 5)

QUI LA PRIMA PARTE

“Mi chiamo Kazuo Fujita, sono giapponese. Di Kagoshima, nel Sud. Parlo bene la tua lingua perché l’ho studiata all’Università. Studiavo lingue, appunto. Perché mi piacevano i suoni, penso. Morbidi, eleganti. Vivevo in un appartamento a Kyoto, vicino all’università. Sono scappato dieci o undici anni fa e non ho più fatto ritorno. Non c’è più nulla per me, laggiù. Ho mollato gli studi e sono fuggito nella notte. Ho lasciato la mia famiglia. Sarebbe stato il primo posto in cui mi avrebbero cercato. Non ho neanche fatto una telefonata. Non ci ho pensato. Avevo troppa paura.”

*****

Kazuo entrò nell’androne del palazzo reggendo tra le braccia una scatola piena di libri. Testi universitari. Letteratura, grammatica, romanzi. Poesie. Il trasloco dal suo vecchio appartamento aveva richiesto più energie del previsto, ma ne valeva la pena. Non ne poteva più di ragazzini che credevano di poter vivere in una porcilaia come animali, senza regole. Un monolocale, senza distrazioni, ecco la soluzione. I soldi non erano un problema. I suoi genitori erano stati felici della sua dedizione allo studio e non avevano messo minimamente in dubbio la serietà dei suoi intenti.

Non era il solo a traslocare. Impegnata come lui con uno scatolone, nell’androne c’era la ragazza più bella che avesse mai visto, vistosamente in difficoltà. Kazuo posò immediatamente il suo pacco.

“Chiedo scusa, posso aiutarti?” disse, accennando un timido inchino. La ragazza si voltò e, quando lo vide, non riuscì a trattenere un risolino. Per un attimo, Kazuo pensò di sembrare ridicolo, ma poi si accorse della genuinità dell’espressione della ragazza.

“Oh sì, grazie! Sembra che pesi un quintale!” esclamò lei, posando sulle scale il pacco. Gli tese la mano. Già alla vista, sembrava morbida e preziosa come seta. Come le ali di una farfalla rara.

“Piacere, Hiromi. Mi sono appena trasferita.”

“Kazuo. Anch’io sono nuovo del palazzo.”

“Universitario?” chiese Hiromi. Era arrossita un po’, e questo non faceva che avvicinarla a una dea agli occhi di Kazuo. Portava un foulard attorno al collo, ornato sul davanti da una piccola gemma azzurra.

“Sì, sono al primo anno. Anche tu all’università?”

“Neanche per idea! Lavoro al supermercato all’angolo. Mi sono trasferita in città con mia sorella Kaneko. Cosa studi?”

“Lingue. Europee.”

“Che bello! Dì qualcosa!”

Kazuo aiutò Hiromi a portare il pacco fino al terzo piano. Era parecchio pesante e la sua camicia aveva iniziato a impregnarsi di sudore sotto le ascelle. Si chiedeva come avesse fatto la ragazza anche solo a sollevarlo da terra.

“Ma cosa ci tieni dentro?” chiese.

“Libri, più che altro. Mi piace leggere.”

Entrati nell’appartamento, Kazuo adagiò il pacco nel corridoio per riprendere fiato. Era l’imbrunire. La cucina era illuminata da lampade a olio, di quelle di una volta.

“Non preoccuparti. Abbiamo la corrente” disse Hiromi, notando la sua espressione. “Ma a mia sorella piace l’atmosfera. Kaneko! Vieni a salutare!”

Dalla stanza in fondo al corridoio si sentì un cigolare di molle, come qualcuno che si alzasse dal letto, poi dei passi. La porta si aprì lentamente. Kazuo pensò che la ragazza non assomigliasse molto a Hiromi. Era molto più alta. E snella, quasi come se fosse stata risucchiata verso l’alto, mentre le forme di Hiromi erano più mature.

Kaneko squadrò Kazuo dalla testa ai piedi, poi rientrò in camera senza dire nulla, chiudendosi la porta alle spalle.

Hiromi toccò leggermente il braccio di Kazuo. La sua mano scottava, come se avesse la febbre. Il ragazzo la sentì attraverso il tessuto della camicia e fece appena in tempo a dominare l’istinto di ritrarsi.

“Scusa, ti inviterei a mangiare con noi” disse. “Ma a mia sorella non piace avere gente intorno, la sera.”

“Non c’è problema,” balbettò Kazuo. “Felice di averti conosciuto”.

La loro mani si strinsero ancora. Di nuovo quel curioso calore. Strano che non l’avesse notato quando si erano presentati.

“Piacere mio. Grazie per l’aiuto. Ci vediamo, vicino!”

Hiromi chiuse la porta e Kazuo si avviò verso la scala in preda a un brivido che in quel momento scambiò per eccitazione.

Dormì male quella notte. Continuò a rigirarsi per ore in preda a incubi senza forma né nome, finché non si svegliò avvolto in lenzuola madide di sudore. L’orologio segnava le tre e quarantacinque del mattino. Si sentiva scosso. Riverberi del sogno. Non riusciva a ricordare. Si alzò e andò alla finestra. Il quartiere era preda di un letargo profondo. Dai palazzi intorno non veniva alcuna luce, neanche il bagliore di un qualche insonne televisore. Era solo in mezzo a tutti i dormienti. Si appoggiò sul davanzale, poggiando la testa al vetro, godendo del fresco.

Poi vide la cosa. Davanti alla facciata del palazzo alla sua sinistra, c’era qualcosa che sembrava galleggiare nell’aria. Una forma scura, con lunghe propaggini che puntavano verso terra, ondeggiando. Kazuo si stropicciò gli occhi e lì riaprì. Sospirò, sollevato. Non stava fluttuando come gli era sembrato. Era solo una ragazza affacciata alla finestra, con i lunghi capelli che le nascondevano il volto. Rimase lì a guardare nel buio. Forse neanche lei riusciva a dormire. Lentamente, la testa scomparve all’interno della finestra. Kazuo tornò a coricarsi. Gli sembrò di udire un suono, una frequenza altissima ma distante. Il sonno gli chiuse lentamente le palpebre e lui poté finalmente riposare.

Due giorni dopo, c’era la polizia in strada. Una pattuglia sostava davanti all’edificio accanto. Kazuo scese a fumare una sigaretta. Un altro inquilino gli raccontò che una ragazza era scomparsa da un paio di giorni.

“Nel palazzo accanto?” chiese Kazuo, a disagio.

“Sì, stava nella camera che dà sulla strada, al secondo piano.”

Kazuo si volto a guardare la finestra da cui aveva creduto di vedere affacciarsi la ragazza, un paio di notti prima. Un poliziotto scattava delle foto verso la strada. Non disse nulla.

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Nella notte, un predatore (Parte 1 di 5)

Peter Lewis prese le forbici e con mani tremanti tagliò lo spago del pacco. Una volta fatto, lo gettò in un angolo e attaccò la carta con furia. La sua creatura era lì dentro. Il suo parto. Si era ripromesso di far durare il momento come si gusta un bicchierino di liquore particolarmente dolce, resistendo alla tentazione di ingollarlo subito e versarsene un altro. Era la sua prima volta. Per vederne un’altra, chissà quanto sarebbe passato. Erano anni che aspettava l’idea giusta. Ora il suo nome era stampato a lettere cubitali sulla copertina del libro che l’avrebbe ucciso. Era una copertina vera, di quelle rigide, da prima edizione.

Non aveva neanche usato il suo solito pseudonimo, Amos, con cui firmava i suoi racconti postati qua e là su internet. Quella era una storia troppo grossa per Amos, Peter l’aveva capito subito. Chi avesse acquistato il libro, da lì a un mese, avrebbe letto il suo vero nome e visto il suo volto nel retro della copertina, come quelli dei grandi scrittori. Aprì il libro. Date di stampa e tutti i riferimenti di rito. Poi ancora il titolo, Teste. Girò ancora un foglio e lesse se stesso che lo avvisava. I fatti e i personaggi contenuti nel libro erano frutto di fantasia. Sì, pensò Peter, di una fantasia ottenebrata dalla follia e dall’alcol. Ma che valeva oro.

*****

Peter aveva incontrato l’uomo che viveva sotto il salice un anno e mezzo prima, quando l’ispirazione languiva. Aveva deciso che doveva fare qualcosa della sua vita. I lavori per aspiranti scrittori che aveva scovato online erano mal retribuiti. In ogni caso nessun colloquio era andato a buon fine. Era troppo giovane per i ruoli importanti, o troppo vecchio per quelli di bassa manovalanza intellettuale. Il suo appartamento, fortunatamente di proprietà dei suoi genitori, stava diventando una prigione. Più si considerava incapace di creare qualcosa di originale, più si isolava. E più tempo passava tra quelle mura in compagnia del televisore e del porno, meno la sua mente lavorava.

Quando venne a sapere che Carla faceva volontariato, considerò l’idea. Non che avesse mai nutrito grande interesse verso il prossimo, ma la prospettiva di incontrare gente nuova con storie diverse, seppur identiche tra loro, accomunate dal dolore e dall’abbandono, lo attraeva come una speranzosa ape verso un fiore colmo di nettare. Questo era quello che doveva fare. Abbeverarsi alla fonte delle miserie altrui per trasformare l’amarezza in miele.

Gli uomini accampati sotto il ponte puzzavano tutti di urina e alcol, come si era aspettato. Peter reggeva sottobraccio delle coperte e in una mano un contenitore termico, colmo di piatti caldi. Altri volontari portavano termos con tè e caffè, oppure zuppa. Peter si avvicinò a una forma che giaceva su un pezzo di cartone, avvolta in una coperta bucata. Assestò dei colpetti con la punta del piede al sedere dell’uomo.

“Sveglia gente, è arrivato il rancio!” esclamò con voce gaia.

Un volto, nero come Peter non ne aveva mai visti, emerse accigliato da sotto la coperta, con uno sguardo diffidente e insieme vagamente infastidito.

“Pappa pronta” continuò. Il suo tono fece girare qualche testa fra gli altri volontari. Peter colse con la coda dell’occhio qualche sguardo non proprio incoraggiante. Il suo modo di fare non piaceva, di questo era consapevole.  Né ai neri, né ai volontari cui si era aggregato. Dicevano che ci doveva andare piano. Un po’ di tatto in più non avrebbe guastato. Vide Carla che scuoteva gentilmente la spalla di uno degli uomini addormentati. Questi si svegliò e, riconoscendola, mise in mostra un sorriso che Peter non si era mai visto fare.

“Allora?” Il ragazzo di colore lo scosse dal suo stato di contemplazione. Tendeva la mano per avere il piatto. Peter glielo diede con una smorfia. Stava per passare oltre, quando notò un’altra forma raggomitolata sotto un salice, qualche decina di metri più in là. Un altro clandestino probabilmente.

“Quello perché non sta con voi?” chiese Peter al ragazzo color carbone.

“Cosa?” Il ragazzo non sembrava capire.

“Quello lì” Peter indicò con un gesto secco il fagotto a terra. “È arrivato con voi?”

“No” disse il ragazzo. “Non con noi. Lui dopo. Notte grida.”

Peter si sentì la bocca arida. Forse aveva trovato il fiore cui abbeverarsi. Prese un piatto dal contenitore e si avviò verso l’eremita. Già pregustava i racconti di torture e violenze da parte dei mercanti di uomini, come vomitava la televisione. Nella tasca della giacca aveva un taccuino e una penna. Lo avrebbe riempito di particolari macabri. Li avrebbe romanzati rendendoli ancora più raccapriccianti. Ci avrebbe costruito intorno una storia che qualcuno, magari qualche rivista, avrebbe comprato.

L’ammasso di coperte puzzava come tutti gli altri e Peter usò di nuovo la punta del suo piede per far venire allo scoperto l’uomo del mistero. Con sua grande sorpresa, e delusione, il volto che fece capolino non aveva la tonalità del cioccolato fondente né cicatrici rituali sugli zigomi. Era un asiatico, cinese probabilmente, o giù di lì. Forse si era stancato di cucire magliette ed era scappato da qualche impianto tessile clandestino.

Peter, dopo un lampo di dolore, si ritrovò a chiedersi quando, esattamente, il cinese lo avesse atterrato, gli fosse montato addosso e gli avesse messo il coltello contro la gola.

“Buono, buono!” si affrettò a dire. “Cibo! Pace!”

L’altro vide il piatto di spaghetti, ormai rovinato a terra, e si riebbe dalla trance assassina che lo aveva pervaso.

“Mi scusi” disse. “Credevo fosse un altro.” Gli tolse la lama dal collo e si sedette pesantemente. Aveva l’aria di qualcuno cui mancassero parecchie ore di sonno. “La prego di perdonarmi” continuò. Aveva ovviamente un accento orientale, ma parlava con fluidità la lingua. Peter si rese subito conto che era istruito. La sua curiosità superò di gran lunga il suo spavento.

“Mi chiamo Peter” disse, tendendogli la mano. “Ho portato da mangiare. Vorrei aiutarla.”

Il cinese annuì e il samaritano si alzò per andare a prendere dell’altro cibo. Tornò con un altro piatto di pasta e una tazza di caffè fumante che il cinese, o quello che era, accettò di buon grado. Peter si sedette davanti a lui e lo guardò mangiare.

“Allora” incominciò, quando l’altro ebbe finito. “Le va di raccontarmi la sua storia?”

L’uomo assunse un’espressione dura, dove il no era stampato a lettere cubitali sulla sua fronte. Era un volto dall’età indefinita, sembrava allo stesso tempo giovane ed estremamente vecchio, come se la vita l’avesse consumato anzitempo.

“La ringrazio per la sua generosità” disse. “Ma ora, se non le dispiace, vorrei riposare.” E si tirò la coperta sulla testa troncando qualsiasi comunicazione.

Peter ritornò ancora sotto quel ponte, con Carla o da solo. La scena si ripeté altre volte, con lui che cercava di scavare nel passato dell’uomo per poi ricavarne solo un cortese rifiuto, solido e compatto come il marmo. Dagli altri clandestini non era riuscito a ricavare molto. Quando loro erano arrivati, un gruppo di sei, lui si era già stabilito sotto il ponte. Li aveva squadrati uno per uno e aveva deciso che non rappresentavano una minaccia. Ma di notte urlava, svegliandoli di soprassalto nel cuore delle tenebre. Incubi. La tensione con gli altri si era fatta palpabile, così una notte il cinese si era trasferito al riparo delle fronde dell’albero. Un riparo provvisorio, accettabile per il periodo estivo.

Peter decise di agire diversamente. Dove non arrivavano la solidarietà e la gentilezza, sarebbe sicuramente arrivato l’inganno. Il cinese puzzava di alcol, proprio come tutti gli altri, anche se intorno all’albero Peter non aveva notato nessuna bottiglia. Una sera, fece visita a un negozio di liquori sotto casa, comprò un rum economico e si recò al fiume. Scavalcò il guardrail per non passare sotto il ponte e svegliare i neri. Voleva mantenere la faccenda la più riservata possibile, ma per poco non si slogò una caviglia scivolando rumorosamente lungo la scarpata terrosa. Una volta assicuratosi di non aver svegliato nessuno, si recò verso il salice.

Si aspettava di trovare l’uomo profondamente addormentato, magari già un po’ ubriaco. In questo caso, magari avrebbe risparmiato la bottiglia. Il giaciglio era invece vuoto. In compenso, la lama del coltello comparve di nuovo sulla gola di Peter per la seconda volta nel giro di poche settimane. Il bastardo era silenzioso. Sapeva muoversi. Peter alzò le braccia con cautela. Altrettanto lentamente, fece dondolare la bottiglia che teneva in mano.

“Voltati” gli ordinò l’uomo. Peter ubbidì. Quando il cinese lo riconobbe, si rilassò.

“Si farà uccidere, avvicinandosi così alla gente che dorme.”

“Non volevo che gli altri si svegliassero. Questa è una festa privata.”

Come previsto, il cinese aveva già percorso un bel pezzo di strada sulla via dell’alcolismo. Peter non fece nessuna fatica a fargli accettare il rum e la sua amicizia. L’uomo bevve a lunghe sorsate ingorde. Quando gli vennero gli occhi lucidi, iniziò a parlare. Non smise prima dell’alba.

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Antica stampa giapponese. Cosa c’entra? Pazientate, cari. Pazientate.

 

Perché scrivere un romanzo?

Perché scrivere un romanzo? Cimentarsi nella narrativa richiede ore e ore di pratica prima, di lavoro poi. Disegnare trame, costruire personaggi e ambientazioni. Creare intrecci che spingano i propri venticinque lettori (ammesso che ci si arrivi a questa cifra da folla oceanica, visti i tempi), se non a chiedersi con ansia cosa succederà all’eroe, quantomeno ad arrivare alla fine e non pentirsi dell’acquisto (o free download che sia).

La verità potrebbe essere riassunta in una sola parola: autolesionismo. Ma a noi scrittori emergenti o aspiranti tali piace farcire le nostre esistenze di concetti astratti e nobili intenzioni, quindi autolesionismo viene tradotto diversamente nella nostra lingua.

Sei motivazioni, sei.

1. Per il puro piacere di scrivere

Se sei un onesto lavoratore che ama quello che fa, hai tutta la mia stima. Ma per il resto della popolazione è applicabile la massima del lavoro che nobilita l’uomo? Come non odiare quello che gli americani chiamano nine to five job (che da noi si dilata molto di più) e vivere serenamente? La risposta è: evasione. C’è chi evade con lo sport, chi con la droga. C’è chi legge, addirittura. E ogni tanto qualcuno si spinge ancora oltre e prende in mano la penna e scrive e cancella e revisiona e strappa tutto e piange e ricomincia da capo.
Perché? Perché piace, naturalmente. Anche se non si è portati, anche se non si è dotati, perché non imitare Licia Troisi o Stephen King e giocare a fare Dio con i nostri personaggi per qualche capitolo? Adoriamo quando l’eroe salva la giovin pulzella e amiamo anche di più quando non lo facciamo accadere. A differenza della vita reale, siamo noi a comandare.

2. Per esprimere un concetto

Abbiamo qualcosa da dire. Non tutti. Anzi, quasi nessuno ha qualcosa da dire, ma lo fa comunque. In un’epoca diversa da quella in cui chiunque deve avere per forza un’opinione da esporre al bar (e non citiamo ancora Umberto Eco, che riposi in pace), chi avesse veramente un concetto profondo, concreto e intelligente potrebbe metterlo in un romanzo e vederlo così condiviso e condivisibile da essere tramandato ai posteri. Ma non viviamo in quell’epoca. L’eroe ha salvato la principessa. Embè? Cosa cambia per me, cosa mi ha trasmesso la storia? Se la risposta è “niente”, voglio i soldi indietro.

3. Per conoscere meglio se stessi

Questo è un sentiero che devia un po’, ma rimane sempre sullo stesso percorso del paragrafo precedente: voglio mettere me stesso al centro del romanzo e vedere come cambio e come agisco nel fluire della storia. Con questo non si vuole dire che il Tizio Caio scrittore sia lo stesso Tizio Caio del romanzo in tutto e per tutto. In tutti i personaggi c’è un po’ dell’autore. Un ingenuo scribacchino magari traduce nel suo protagonista le proprie fantasie di essere forte e coraggioso, capace di concupire nobilmente la pulzella di cui sopra.
Ma le regole della fisica vogliono che i personaggi siano il motore della storia. E quindi più veritieri sono (e di conseguenza meno idealizzati), meglio la storia è fruibile dal lettore. Lo scrittore dovrebbe affrontare il lettore come se questo avesse già letto tutto quello che c’è da leggere. Si riversi quindi qualcosa di se stessi nei personaggi: nevrosi, passioni, ricordi di infanzia. E vediamo come il nostro alter ego si comporta. Anche gli antagonisti sono utili a questo: nel più fetente dei cattivi può esserci allo stesso modo la parte di noi che odiamo di più o il bullo che ci rubava le penne a scuola.

4. Per migliorarsi come scrittore

Hai composto un racconto bonsai? Bellissimo. Hai scritto un racconto dell’orrore? Li adoro, niente di meglio prima di andare a dormire (con la luce accesa). Hai scritto un romanzo? Quindi, se non vado errato, hai steso una trama, delineato sia fisicamente che psicologicamente i tuoi personaggi, hai disegnato tutto il panorama dell’ambientazione in cui si muoveranno, ci sono colpi di scena, sottotrame e un finale grandioso. Se questo è vero, come disse Mr. Candy al dottor Schultz e Django, prima avevi la mia curiosità, ma ora hai la mia attenzione.

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5. Per aiutare gli altri

Limitiamoci alla narrativa. Niente ci impedisce di improvvisarci crocerossine emotive. Le massime zen insegnano che per diffondere la pace, si deve prima conquistare quella interiore. E allora perché non diffondere la nostra esperienza tramite il nostro romanzo e raggiungere chi potrebbe soffrire le stesse pene (e che magari acquisterebbe l’ebook)? Personalmente, ho trovato Svevo molto utile da questo punto di vista.

6. Per l’Ego

Finalmente al nocciolo della questione. Aumentare l’autostima. Essere apprezzati. Diventare famosi. Diventare ricchi. Lasciare un’eredità. Essere migliori degli altri. Squillino le trombe! Pochi raggiungono il traguardo del centinaio di cartelle con una storia che sia coerente, verosimile e non scontata. Che lasci qualcosa al lettore, che gli scaldi il cuore quando ripensa a un personaggio in particolare e che gli faccia venire gli occhi umidi.  La gratifica dello scrittore è come la gioia del padre che vede il figlio superare l’esame di laurea. Il vostro romanzo ha superato la prova. Siatene fieri. Siate tronfi.

Prima che lo diciate voi, lo faccio io: l’elenco non può e non vuole essere esaustivo. Voi per cosa scrivete?