Premio Hypnos 2019: i vincitori

Weirdiana

Sabato 9 marzo, presso la libreria Miskatonic University di Reggio Emilia, sono stati proclamati i vincitori della sesta edizione del Premio Hypnos, per il miglior racconto italiano weird e fantastico.

Il Premio è andato a “I Colori sbagliati” di Fabio Lastrucci, secondo classificato “Zucchero“ di Lucio Besana e terzo classificato “Il Selezionatore” di Giulia Massini.

Il racconto vincitore sarà pubblicato nella rivista Hypnos 9, che uscirà in primavera.

Congratulazioni a tutti i vincitori e un grande ringraziamento a tutti i partecipanti di questa ricchissima edizione!

The winners of the Premio Hypnos, italian award for the best weird and fantastic story, wereannouncedlastSaturday, at the Miskatonic University library in Reggio Emilia.

The winner is “Icolorisbagliati” by Fabio Lastrucci, followed by “Zucchero” by Lucio Besana and “ISelezionatori” by Giulia Massini.

The winner story will be published in the next issue…

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Polmoni [Racconto su Verde Rivista]

Verde Rivista ha pubblicato il mio racconto “Polmoni“. Astenersi fumatori, autisti di bus e mangiatori di Nutella.

«Quando la situazione iniziò a peggiorare davvero, C. aveva 30 anni, di cui gli ultimi due passati a fumare. Andò tutto a rotoli su un autobus dell’Atav, tra lo sgomento del pavido conducente e l’irritazione di alcuni genitori zelanti. Era salito alla fermata di Torrevecchia già con la sigaretta che gli penzolava dalle labbra. Spenta, perché nonostante tutto era da cafoni fare le ciminiere sui mezzi.»

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La mia droga si chiama Goodreads [Blog]

Prima di Goodreads, ero perfettamente conscio del fatto che leggere tutto è impossibile. Pur considerandomi un lettore forte, neanche mi sfiorava l’idea di poter esaurire i titoli di un determinato genere letterario. Tenendo conto che mi sono sempre piaciuti sia l’horror che la fantascienza e che ultimamente spazio anche su autori impegnati/impegnativi (l’anno scorso ho scoperto Philip Roth e Carver, quest’anno David Foster Wallace), sarebbe stata follia crederlo.

Però.

Però la mente umana non riesce a concepire l’infinito in senso astratto e ha bisogno di un segno grafico che ne rappresenti almeno una parte. Quale maggiore frustrazione oltre quella di vedere la lunghezza della lista dei “to-read” che si avvicina pericolosamente ai “read”?

Goodreads rappresenta un ottimo parallelismo con la gita che molti di noi fanno alla libreria pensando “guardo e basta, non compro” e poi si ritrovano con tre o quattro tomi sotto le braccia e lo sguardo colpevole. La differenza non sta nel monetario – ovviamente aggiungere un romanzo alla lista “to-read” non costa nulla – quanto nel tempo e nella disperazione.

Il tempo. Chi entra in una libreria ha a disposizione un numero tot di scaffali da esaminare. Il lettore occasionale si limita a quelli maggiormente in vista, vicino alle casse, o ha già in mente un titolo suggerito dal cugino-che-legge. Il lettore più o meno forte è già consapevole del suo genere preferito e quindi si può permettere il lusso di ampliare/restringere il campo a suo piacimento. Anche si trattasse del più maniacale dei bibliofili, il numero di volumi esaminabili in una libreria fisica è finito.

Ciò non accade con Goodreads. Come gustando una ciliegia dietro l’altra, ci vuole polso per non farsi risucchiare dal gorgo costituito da milioni di possibili letture, e trascurare ciò che conta davvero: leggere. In termini di tempo, un approccio di questo tipo a Goodreads è l’equivalente del cazzeggio su qualsiasi altro social network.

Veniamo ora alla disperazione. Come altre applicazioni – pensiamo a Spotify – il solo fatto che si possa disporre di un catalogo praticamente sconfinato di contenuti contribuisce all’illusione di poterli sfruttare appieno. Qualcuno potrebbe obiettare che il paragone è azzardato, perché su Spotify è possibile ascoltare direttamente i brani mentre su Goodreads non si possono leggere i libri, al massimo le recensioni. Questo potrebbe anche essere vero se non esistesse una cosa chiamata “pirateria” – sì, esiste anche per gli ebook -, quindi nascondersi dietro un dito facendo gli innocenti è quantomeno inutile, perché tutti abbiamo peccato. Questo accesso senza limiti, più o meno legale, porta ad un accumulo il cui costo è nullo o quasi, a parte l’abbonamento alla connessione internet.

Bibliomania digitale, che non dà neanche quella soddisfazione feticistica di avere qualcosa sulle mani o sullo scaffale. Solo file, mucchi di elettroni dal peso del milionesimo di grammo. Uno tsundoku informatico senza vera gratificazione. E poi, questi e-book, vorremo pur leggerli, no? Impossibile, sono troppi. Una marea. Un’onda di informazioni che ci soverchia. Da qui la disperazione. Ma magari è solo mia, magari sto esagerando.

Con questo non si nega la grandissima utilità di un social dedicato completamente alla lettura. Recensioni, liste, consigli di amici. Si possono anche visitare le librerie personali dei propri contatti. Tutto concorre a indirizzare la crescita culturale dell’utente, senza il tedio delle plumbee liste di letture estive appioppate durante il liceo dalla professoressa di italiano. Tutto bellissimo se non fosse che – a quanto pare – soffro nei confronti della lettura di un disturbo ossessivo compulsivo. Ne è la riprova l’ansia di non riuscire a completare la Challenge annuale, nonostante quella del 2018 si sia conclusa positivamente (35 libri letti sui 30 pianificati). Siccome non ho imparato la lezione, per il 2019 ho alzato l’asticella a 35 titoli e ho l’ansia già da Gennaio.

Gli e-book hanno cambiato il mio modo di leggere e, dunque, anche la mia vita. Non essere limitati dalla mole fisica del volume o dal fatto che, la sera, la persona che giace accanto a noi nel letto voglia dormire, è quasi divino. Ma mi chiedo se questa rivoluzione non contribuisca a esasperare la già radicata tendenza a consumare e macinare informazioni che rimarranno nel cervello solo fino al prossimo prodotto. Meglio leggere 10 romanzi digitali alla ricerca del nuovo autore preferito, quello che colpirà duro nell’anima – e che cambierà il mio modo di intendere la lettura e, sì, anche la scrittura -, o aprire un solo libro, scelto dopo accurate analisi e ricerche? Magari riscoprire qualcosa che abbiamo già “consumato”?

Nell’attesa di trovare una risposta a questo dubbio, ho una cartella contenente almeno mille e-book e ne avrò letti negli anni circa un centinaio. Sul comodino, i postmodernisti attendono pazienti insieme ad Arthur C. Clarke. Ce la posso fare.

A proposito, io sono qui.

La sera giusta [Racconto su Reader For Blind]

Un mio “torbido” racconto è stato appena pubblicato dalla rivista Reader For Blind. Dateci un’occhiata…

«Per fare una bambola voodoo serve qualcosa della vittima designata. Un brandello di indumento, unghie, peli. Un po’ di capelli prelevati di nascosto dal cappello di Ale sono stati più che sufficienti. È bastato aspettare che se lo togliesse prima di andare a farsi una nuotata.»

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Bilancio di un anno di scrittura

E’ già passato un anno ed è il momento di tirare le somme. Dodici mesi da quando sono giunto alla conclusione che quello che voglio davvero fare da grande è scrivere storie. Alcuni esperimenti erano già stati tentati in passato, specialmente per spezzare la noia dello studio universitario, ma erano destinati a fallire per la mancanza di fiducia in me stesso e per scarsa dedizione alla causa.
Qualcosa di quel periodo si è salvato. Continuo a ritenere che il racconto “La sera giusta”, scritto parecchi anni fa e l’unico giunto a compimento all’epoca, sia tuttora originale e caustico al punto giusto. Da riprendere c’è anche un’idea germinale per un certo romanzo, cui voglio mettere mano al più presto, ma alcuni personaggi sono già comparsi ne “Il vile denaro“.
Credo che lo spartiacque, il momento in cui ho deciso che volevo essere più di un ammiratore di King e McCarthy, sia stato la lettura di un articolo sul metodo del fiocco di neve per scrivere romanzi. Non dico si tratti del metodo migliore, ma con questo stratagemma sono riuscito a scrivere la parola fine a opere che prima credevo mi fossero precluse.
Ho completato la stesura di un romanzo di circa 80.000 parole, “La giostra di sangue e carne”, e di una decina di racconti. Il taccuino delle idee è ancora pieno, desideroso di essere consultato quanto prima e, stando a tutta la roba che ci ho annotato sopra, potrei campare con quelle idee per almeno cinque anni.
Sto migliorando, grazie anche a tutte le letture ad ampio spettro che occupano adesso la mia libreria, a un approccio “più consapevole” (capace di cogliere ciò che di buono tirano fuori dal cilindro i maestri) e alla frequentazione di una community numerosa e disponibile.
E il pubblico? Se qualcuno scrive e nessuno lo legge, sta davvero scrivendo? Al momento, stimo che i fedeli lettori che seguono le mie imprese da quando ho pubblicato su questo sito “Nella notte, un predatore” siano circa una decina. Un po’ pochi, per un anno di attività, ma mi hanno dato grandi soddisfazioni.
Arrivare al successo richiede tempo e dedizione. Non mi aspettavo certo sin dall’inizio un exploit alla Hugh Howey, ma questa mancanza di platea mi ha fatto riflettere. Sono davvero questo tipo di scrittore? Posso scrivere roba di qualità e poi essere così attivo su social e blog, spammare alla John Locke (non il filosofo, l’altro) per trovare i miei lettori in mezzo a cinguettii e post?
La risposta è no. Non ce la faccio. Oltre a non aver riscontrato successo, queste pratiche hanno sottratto tantissimo tempo alle cose che avrei potuto scrivere. Ho anche un lavoro, nella vita reale, che esige tempo ed energie. Passare il tempo a studiare strategie di social marketing mi porta via tempo prezioso. Se anche tu passi il tempo a cercare articoli come “10 modi per trovare più lettori”, non perderci altri secondi della tua esistenza perché per la maggior parte sono cazzate di una banalità disarmante.
Un’altra cosa che mi ha fatto pensare (e magari ci tornerò più in là con un altro post): voglio davvero essere un autore indipendente? Non che l’obiettivo sia la fama e la ricchezza. Più che altro mi lascia perplesso il fatto di giungere alla pubblicazione senza passare da un filtro. La democratizzazione della pubblicazione non è qualcosa che mi esalta. La serializzazione a tutti i costi della narrativa? Ma anche no.
Per fare un parallelo, per giungere alla laurea, sono passato sotto la lente di ingrandimento di parecchi professori, alcuni bastardi fino al midollo e altri che invece sapevano gratificare il mio lavoro. Se avessi dato retta ai “miei pari”, ai miei colleghi di corso, allora avrei dovuto pensare che eravamo tutti preparatissimi e i professori tutti stronzi. Ma sapevo che non era così. Se non passavo un esame, il più delle volte voleva dire che non avevo studiato abbastanza.
Per questo, la prospettiva di essere un altro “indipendente” che si sbraccia nel mare dei social per avere un po’ di visibilità mi fa venire il latte alle ginocchia. Meglio mandare i miei racconti a qualche rivista, nel frattempo, e sperare che la letteratura di genere conti ancora qualcosa. Sennò pazienza.
Un’altra cosa. Niente sarà più gratis. Non ci saranno più racconti gratuiti, alla mercé del primo internauta che passa. Di questo, però, non si dovranno preoccupare gli iscritti alla newsletter, perché a loro (che mi sostengono davvero, al di là dei like e dei retweet) arriverà tutto quello che scrivo. Pochi ma buoni.