La mia droga si chiama Goodreads [Blog]

Prima di Goodreads, ero perfettamente conscio del fatto che leggere tutto è impossibile. Pur considerandomi un lettore forte, neanche mi sfiorava l’idea di poter esaurire i titoli di un determinato genere letterario. Tenendo conto che mi sono sempre piaciuti sia l’horror che la fantascienza e che ultimamente spazio anche su autori impegnati/impegnativi (l’anno scorso ho scoperto Philip Roth e Carver, quest’anno David Foster Wallace), sarebbe stata follia crederlo.

Però.

Però la mente umana non riesce a concepire l’infinito in senso astratto e ha bisogno di un segno grafico che ne rappresenti almeno una parte. Quale maggiore frustrazione oltre quella di vedere la lunghezza della lista dei “to-read” che si avvicina pericolosamente ai “read”?

Goodreads rappresenta un ottimo parallelismo con la gita che molti di noi fanno alla libreria pensando “guardo e basta, non compro” e poi si ritrovano con tre o quattro tomi sotto le braccia e lo sguardo colpevole. La differenza non sta nel monetario – ovviamente aggiungere un romanzo alla lista “to-read” non costa nulla – quanto nel tempo e nella disperazione.

Il tempo. Chi entra in una libreria ha a disposizione un numero tot di scaffali da esaminare. Il lettore occasionale si limita a quelli maggiormente in vista, vicino alle casse, o ha già in mente un titolo suggerito dal cugino-che-legge. Il lettore più o meno forte è già consapevole del suo genere preferito e quindi si può permettere il lusso di ampliare/restringere il campo a suo piacimento. Anche si trattasse del più maniacale dei bibliofili, il numero di volumi esaminabili in una libreria fisica è finito.

Ciò non accade con Goodreads. Come gustando una ciliegia dietro l’altra, ci vuole polso per non farsi risucchiare dal gorgo costituito da milioni di possibili letture, e trascurare ciò che conta davvero: leggere. In termini di tempo, un approccio di questo tipo a Goodreads è l’equivalente del cazzeggio su qualsiasi altro social network.

Veniamo ora alla disperazione. Come altre applicazioni – pensiamo a Spotify – il solo fatto che si possa disporre di un catalogo praticamente sconfinato di contenuti contribuisce all’illusione di poterli sfruttare appieno. Qualcuno potrebbe obiettare che il paragone è azzardato, perché su Spotify è possibile ascoltare direttamente i brani mentre su Goodreads non si possono leggere i libri, al massimo le recensioni. Questo potrebbe anche essere vero se non esistesse una cosa chiamata “pirateria” – sì, esiste anche per gli ebook -, quindi nascondersi dietro un dito facendo gli innocenti è quantomeno inutile, perché tutti abbiamo peccato. Questo accesso senza limiti, più o meno legale, porta ad un accumulo il cui costo è nullo o quasi, a parte l’abbonamento alla connessione internet.

Bibliomania digitale, che non dà neanche quella soddisfazione feticistica di avere qualcosa sulle mani o sullo scaffale. Solo file, mucchi di elettroni dal peso del milionesimo di grammo. Uno tsundoku informatico senza vera gratificazione. E poi, questi e-book, vorremo pur leggerli, no? Impossibile, sono troppi. Una marea. Un’onda di informazioni che ci soverchia. Da qui la disperazione. Ma magari è solo mia, magari sto esagerando.

Con questo non si nega la grandissima utilità di un social dedicato completamente alla lettura. Recensioni, liste, consigli di amici. Si possono anche visitare le librerie personali dei propri contatti. Tutto concorre a indirizzare la crescita culturale dell’utente, senza il tedio delle plumbee liste di letture estive appioppate durante il liceo dalla professoressa di italiano. Tutto bellissimo se non fosse che – a quanto pare – soffro nei confronti della lettura di un disturbo ossessivo compulsivo. Ne è la riprova l’ansia di non riuscire a completare la Challenge annuale, nonostante quella del 2018 si sia conclusa positivamente (35 libri letti sui 30 pianificati). Siccome non ho imparato la lezione, per il 2019 ho alzato l’asticella a 35 titoli e ho l’ansia già da Gennaio.

Gli e-book hanno cambiato il mio modo di leggere e, dunque, anche la mia vita. Non essere limitati dalla mole fisica del volume o dal fatto che, la sera, la persona che giace accanto a noi nel letto voglia dormire, è quasi divino. Ma mi chiedo se questa rivoluzione non contribuisca a esasperare la già radicata tendenza a consumare e macinare informazioni che rimarranno nel cervello solo fino al prossimo prodotto. Meglio leggere 10 romanzi digitali alla ricerca del nuovo autore preferito, quello che colpirà duro nell’anima – e che cambierà il mio modo di intendere la lettura e, sì, anche la scrittura -, o aprire un solo libro, scelto dopo accurate analisi e ricerche? Magari riscoprire qualcosa che abbiamo già “consumato”?

Nell’attesa di trovare una risposta a questo dubbio, ho una cartella contenente almeno mille e-book e ne avrò letti negli anni circa un centinaio. Sul comodino, i postmodernisti attendono pazienti insieme ad Arthur C. Clarke. Ce la posso fare.

A proposito, io sono qui.

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Caffè negli angoli [Racconto su La nuova carne]

Un altro racconto pubblicato su rivista. Questa volta tocca a La nuova carne. Chi non legge è chitinoso.

«Andare a lavorare al Nord è difficile. Lo è ancora di più accettare che sia tua moglie a farlo. Quello che è davvero impensabile è vederla partire quando hai la casa piena di blatte.»

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La sera giusta [Racconto su Reader For Blind]

Un mio “torbido” racconto è stato appena pubblicato dalla rivista Reader For Blind. Dateci un’occhiata…

«Per fare una bambola voodoo serve qualcosa della vittima designata. Un brandello di indumento, unghie, peli. Un po’ di capelli prelevati di nascosto dal cappello di Ale sono stati più che sufficienti. È bastato aspettare che se lo togliesse prima di andare a farsi una nuotata.»

Leggi qui

Bilancio di un anno di scrittura

E’ già passato un anno ed è il momento di tirare le somme. Dodici mesi da quando sono giunto alla conclusione che quello che voglio davvero fare da grande è scrivere storie. Alcuni esperimenti erano già stati tentati in passato, specialmente per spezzare la noia dello studio universitario, ma erano destinati a fallire per la mancanza di fiducia in me stesso e per scarsa dedizione alla causa.
Qualcosa di quel periodo si è salvato. Continuo a ritenere che il racconto “La sera giusta”, scritto parecchi anni fa e l’unico giunto a compimento all’epoca, sia tuttora originale e caustico al punto giusto. Da riprendere c’è anche un’idea germinale per un certo romanzo, cui voglio mettere mano al più presto, ma alcuni personaggi sono già comparsi ne “Il vile denaro“.
Credo che lo spartiacque, il momento in cui ho deciso che volevo essere più di un ammiratore di King e McCarthy, sia stato la lettura di un articolo sul metodo del fiocco di neve per scrivere romanzi. Non dico si tratti del metodo migliore, ma con questo stratagemma sono riuscito a scrivere la parola fine a opere che prima credevo mi fossero precluse.
Ho completato la stesura di un romanzo di circa 80.000 parole, “La giostra di sangue e carne”, e di una decina di racconti. Il taccuino delle idee è ancora pieno, desideroso di essere consultato quanto prima e, stando a tutta la roba che ci ho annotato sopra, potrei campare con quelle idee per almeno cinque anni.
Sto migliorando, grazie anche a tutte le letture ad ampio spettro che occupano adesso la mia libreria, a un approccio “più consapevole” (capace di cogliere ciò che di buono tirano fuori dal cilindro i maestri) e alla frequentazione di una community numerosa e disponibile.
E il pubblico? Se qualcuno scrive e nessuno lo legge, sta davvero scrivendo? Al momento, stimo che i fedeli lettori che seguono le mie imprese da quando ho pubblicato su questo sito “Nella notte, un predatore” siano circa una decina. Un po’ pochi, per un anno di attività, ma mi hanno dato grandi soddisfazioni.
Arrivare al successo richiede tempo e dedizione. Non mi aspettavo certo sin dall’inizio un exploit alla Hugh Howey, ma questa mancanza di platea mi ha fatto riflettere. Sono davvero questo tipo di scrittore? Posso scrivere roba di qualità e poi essere così attivo su social e blog, spammare alla John Locke (non il filosofo, l’altro) per trovare i miei lettori in mezzo a cinguettii e post?
La risposta è no. Non ce la faccio. Oltre a non aver riscontrato successo, queste pratiche hanno sottratto tantissimo tempo alle cose che avrei potuto scrivere. Ho anche un lavoro, nella vita reale, che esige tempo ed energie. Passare il tempo a studiare strategie di social marketing mi porta via tempo prezioso. Se anche tu passi il tempo a cercare articoli come “10 modi per trovare più lettori”, non perderci altri secondi della tua esistenza perché per la maggior parte sono cazzate di una banalità disarmante.
Un’altra cosa che mi ha fatto pensare (e magari ci tornerò più in là con un altro post): voglio davvero essere un autore indipendente? Non che l’obiettivo sia la fama e la ricchezza. Più che altro mi lascia perplesso il fatto di giungere alla pubblicazione senza passare da un filtro. La democratizzazione della pubblicazione non è qualcosa che mi esalta. La serializzazione a tutti i costi della narrativa? Ma anche no.
Per fare un parallelo, per giungere alla laurea, sono passato sotto la lente di ingrandimento di parecchi professori, alcuni bastardi fino al midollo e altri che invece sapevano gratificare il mio lavoro. Se avessi dato retta ai “miei pari”, ai miei colleghi di corso, allora avrei dovuto pensare che eravamo tutti preparatissimi e i professori tutti stronzi. Ma sapevo che non era così. Se non passavo un esame, il più delle volte voleva dire che non avevo studiato abbastanza.
Per questo, la prospettiva di essere un altro “indipendente” che si sbraccia nel mare dei social per avere un po’ di visibilità mi fa venire il latte alle ginocchia. Meglio mandare i miei racconti a qualche rivista, nel frattempo, e sperare che la letteratura di genere conti ancora qualcosa. Sennò pazienza.
Un’altra cosa. Niente sarà più gratis. Non ci saranno più racconti gratuiti, alla mercé del primo internauta che passa. Di questo, però, non si dovranno preoccupare gli iscritti alla newsletter, perché a loro (che mi sostengono davvero, al di là dei like e dei retweet) arriverà tutto quello che scrivo. Pochi ma buoni.

Leggete più orrore [Blog]

Premessa: questo non è un post che vuole stabilire la supremazia del vecchio classico “è sempre meglio il libro del film”, che per quanto mi riguarda ha la stessa valenza del motto “Punk al rogo, metal al pogo”.

Sempre più spesso però mi imbatto in discussioni (non per forza sui social network, esiste anche un mondo qua fuori) in cui l’imberbe oratore snocciola tutta una serie di film horror, secondo lui fantastici, e che riesce nell’intento di suscitarmi il disgusto come nelle peggiori scene di American Psycho (il libro, però). Dato che sono maggiormente un amante dei libri, mi verrebbe da spostare la discussione sull’aspetto letterario dell’horror e chiedere “Ma quali libri hai letto ultimamente che ti hanno spaventato?”

Mi rendo conto, però, che è una domanda oziosa e la ritiro prima ancora di averla pronunciata, perché conosco già la risposta. Nessun libro potrebbe spaventare un lettore che vi cerca il jump scare visto al cinema, perché non ci sono i presupposti.

Come può chi ha apprezzato The Nun e denigrato Hellraiser (perché si vedeva che il sangue era finto) anche solo avvicinarsi a un romanzo? Non vi cerca le stesse cose che vi cerco io. Non cerca la Storia.

Le parole di un romanzo sono sì lì per descrivere l’azione e l’ambiente, ma la mente prende quelle descrizioni e a volte corre davvero con loro nella direzione di qualcosa di  terrificante, perché l’immaginazione conosce le paure più profonde e oscure, ha la capacità di spaventare molto più di una semplice scena sullo schermo. Ma ci vuole devozione e pazienza.

Proprio come leggere letteratura può rendere più empatici mentre ci si concentra sulla psicologia, le relazioni e le motivazioni dei personaggi della storia, i romanzi horror possono terrorizzare, trascinare in quelle intense emozioni provate dai personaggi del libro. Non si sta solo guardando qualcun altro sperimentare l’orrore: lo si vive in prima persona.

Prendete The Shining di Stephen King, per esempio. Innanzitutto, la scrittura di King è così fluida che è facile essere risucchiati e trasportati. Sei dentro la testa del personaggio principale. E’ un ragazzo simpatico, ama sua moglie e suo figlio e ha qualche problema, ma Jack sta cercando davvero di far funzionare tutto. Lentamente, piano piano, si assiste al crescere della sua follia e tutto è così lento che quasi non te ne accorgi nemmeno.

E provate a leggere Cujo in una torrida estate senza aria condizionata, come ho fatto io. Poi mi direte.

Ma non mi aspetto mica che l’imberbe di cui sopra possa capire tutto ciò. Leggere un romanzo horror, d’altro canto, richiede molto più di due ore. Per giorni, settimane o anche mesi, i lettori dell’orrore rimangono immersi durante l’intera giornata: mentre vanno al lavoro al mattino in metropolitana, mentre mangiano il pranzo o si fermano per una pausa caffè, mentre sono a letto.

E quando si legge un romanzo horror si è soli. Quando ci si siede per aprire le pagine di una storia spaventosa, la si legge senza il conforto di nessuno. Chiudere gli occhi non è un’opzione: i lettori non possono distogliere lo sguardo dalle scene che le loro menti stanno creando. Ma non mi aspetto che l’imberbe lo capisca.

Clive Barker – Cabal [Recensione]

Boone, uno psicotico in via di recupero, è abilmente manipolato dal suo psichiatra, Decker, nel credere di aver commesso una serie di omicidi parecchio efferati. Decker, ovviamente, è il cattivo, ma Boone non se ne rende conto e, considerando se stesso inadatto alla società umana, fugge. Si imbatte così in Midian, una grande cripta abitata da strane creature, anime morte in corpi che cambiano la forma, né buoni né cattivi, che trasformano Boone in uno di loro.
Il romanzo, ambientato in Canada, ripropone in grande stile alcuni dei temi perenni di Barker: il legame erotico che sopravvive anche alla morte, un mondo magico appena fuori dalla vista, l’abisso del male umano. È una storia di umanità contro mostri – narrata con la capacità unica di Barker di dipingere orrore e sangue in modo così artistico – in cui diventa evidente che gli uomini possono diventare più crudeli delle creature della notte.
Gli abitanti di Midian non sono innocui o pacifici. Molti di loro hanno fattezze orribili e mangiano carne umana quando riescono a ottenerla, ma il Dr. Decker si dimostra molto più distruttivo, spietato e malvagio di qualsiasi mostro. Il lato terrificante dell’umanità non è limitato al medico psicopatico: Eigerman, il capo della polizia di Shere Neck, la città vicina di Midian, è un altro vergognoso esemplare di uomo, interessato solo alla fama e al successo. Se il perseguimento dei suoi obiettivi comprendono il genocidio di una strana città sotterranea, non si fa nessuno scrupolo.
Il romanzo è pieno di personaggi colorati, strani e vivaci, descritti con maestria da Barker. Molto violenta e grafica, l’opera dello scrittore inglese ha un finale che è tragico ma speranzoso.
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Clive Barker, autore di Cabal
Gran parte di questo libro è detto tra le righe, nella lingua in cui i personaggi parlano segretamente di se stessi e degli altri. La prosa è stretta, impressionante come sempre, nel modo in cui solo Barker può essere diretto e rozzo mentre riesce ancora a essere poetico.
La mia unica nota negativa su Cabal è che mi sarebbe piaciuto avere un retroscena più ampio su Midian: se ne ha solo un assaggio e non so cosa abbia trattenuto Barker dall’espandere questo romanzo breve in un’opera compiuta a tutti gli effetti. Volevo imparare di più sulle origini, la storia e le capacità delle creature, ma immagino che, quando viene voglia di sapere di più, ci si trovi davvero davanti a una buona storia.
Nonostante la breve durata, il mondo di Cabal avrebbe avuto quindi un sacco di potenziale per ulteriori storie. Sfortunatamente il film Nightbreed (1990, diretto dall’autore stesso) non ha riscosso un grande successo commerciale, nonostante sia diventato di culto tra gli appassionati di horror, e Barker non è mai ritornato a espandere l’universo e la mitologia iniziate con il libro.
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Se ti va di leggere un po’ di orrore, dai un’occhiata i miei racconti gratuiti.

Il fascino dell’umanità distrutta [Blog]

Credo che il primo film di fantascienza che io abbia mai visto sia Indipendence Day (ok, era E.T., ma non divaghiamo), capolavoro assoluto che, oltre che degli effetti pirotecnici e di quel gusto patriottico tutto americano dei film di azione, ha goduto dell’interpretazione stratosferica di Will Smith e Jeff Goldblum.
Gli alieni attaccano la terra e gli umani si coalizzano per combattere gli invasori, accantonando le differenze che per anni hanno insanguinato il pianeta e facendo fronte comune. Bello, no? Mi viene in mente un commento letto su Facebook dove un simpatico signore semianalfabeta parlava di come fosse incredibile che i nordici italici schifassero ancora i terroni, perché adesso ci sono i negri da mandare via. Sipario.

Indipendence Day aveva come obiettivo – oltre fare soldi – sfruttare la tematica dell’attacco alieno per mettere in risalto la tematica del volemose bene, la necessità di cooperazione tra popoli e la fine dei conflitti interni. Nella mente degli sceneggiatori, evidentemente questo paga in termini di risultati: alieni esplosi e umani esultanti.
Un altro esempio è Terminator, in cui la resistenza guidata da John Connor deve fronteggiare un mondo dominato dalle macchine, e riesce a vincere (o forse boh, visto che continuano a uscire film su film) facendo affidamento sulla propria resilienza.

C’è in letteratura tutto un filone distopico sul come l’umanità possa fronteggiare questa o quella catastrofe (che può essere anche l’uomo stesso, trasformato in despota) e l’occasione è propizia per un’epica dell’umano valore e del nostro bisogno di avere un eroe, che ci salvi e ci ravveda.

In realtà tutte queste opere servono solo a non farci capire – o meglio, a farci dimenticare – quanto l’umanità faccia sostanzialmente schifo. Sfogliamo il romanzo oppure ce ne stiamo comodamente seduti in poltrona a guardare un film: automaticamente ci immedesimiamo nel padre coraggio di La Strada (di Cormac McCarthy, un capolavoro) o in Rick di The Walking Dead, personaggi capaci di azioni indicibili ma sempre votati al bene superiore. L’autore ci guida a prendere le parti del buono attraverso il punto di vista. Ma è la stessa cosa che accade quando facciamo il tifo per il ladro o l’imbroglione, se viene impiegata la stessa tecnica narrativa.

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Ma siamo sicuri che, in caso di catastrofe, non faremmo invece parte dei saccheggiatori/assassini/violentatori de La Strada o dei Saviors di Negan? Il nostro punto di vista di spettatori/lettori è filtrato e falsato. Studi scientifici confermano che in caso di inverno nucleare, gli unici sopravvissuti sarebbero gli scarafaggi.

Ho preso spunto per questo post che vuol dire tutto e niente da una domanda fattami da Walter Fabia in questa intervista su Dimensione Parallela: perché parli di oscurità? Se ci fosse qualcosa di un po’ meno disastroso della completa distruzione atomica, i sopravvissuti sarebbero l’equivalente umano delle blatte? Cannibali e pronti a tutto?

Al di là della risposta che ho dato nell’immediato, la questione mi ha fatto riflettere. Cosa succederebbe se invece una nuova razza rubasse il dominio a quella umana? Ne è scaturito un racconto, L’alchimia del sangue (download gratuito da Kobo.com), e i risultati della riflessione non sono incoraggianti. Cioè, dipende dai punti di vista.
Di sicuro c’è che l’uomo, piuttosto che riconoscere la superiorità dell’usurpatore, preferirebbe… no, non ve lo dico. Leggete.

alchimie

L’alchimia del sangue
di Flavio Torba
Racconto gratuito – 8000 parole circa